24/12/2011
IL DIALOGO - Il senso della vita nelle parole di Gesù
IL DIALOGO - Il senso della vita nelle parole di Gesù
Eugenio Scalfari e il cardinale Martini ragionano sui nodi che stringono fede ed esistenza terrena. Due punti di vista partiti da premesse diverse cercano nella giustizia nella carità e nel perdono una prospettiva comune
di EUGENIO SCALFARI
Il senso della vita nelle parole di Gesù "Amor sacro e Amor profano" di Tiziano (1515, alla Galleria Borghese di Roma)
IN FONDO ad un lungo corridoio una porta a vetri si apre su una piccola stanza dove scorre il tempo di Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, biblista, pastore di anime e di coscienze, cardinale di Santa Romana Chiesa. Siede su una poltrona accanto ad una finestra dalla quale si vedono un pezzo di cielo e un cipresso.
Accanto a lui c'è il suo assistente, don Damiano, che è quasi la sua ombra, lo aiuta a muoversi, gli somministra le medicine alle ore stabilite, lo accompagna nei suoi spostamenti ormai rari. Non è frequente che un gesuita diventi cardinale e ancor meno frequente che sia stato alla guida della diocesi più importante d'Europa, ma Martini è un'eccezione per tante cose ed anche per la sua carriera ecclesiastica.
A me è capitato di vedere molto da vicino i gesuiti in una fase particolare della mia vita: avevo vent'anni, era il 1944, Roma era occupata dai nazisti; i giovani di leva e gli ebrei erano ricercati dalle SS, la polizia militare del Reich, ed io trovai rifugio insieme ad un centinaio di altri giovani nella Casa del Sacro Cuore dove i gesuiti gestivano i cosiddetti "esercizi spirituali". Duravano al massimo una settimana, ma nel nostro caso durarono più d'un mese. La Casa era extra-territoriale, con bandiera del Vaticano alla finestra e guardie palatine al portone.
Poiché, come ci disse il padre rettore, i gesuiti non dicono bugie, gli esercizi spirituali dovemmo farli in piena regola sebbene tra di noi ci fossero molti ebrei e alcuni non
credenti.
Per me fu una preziosa esperienza anche perché il rettore era padre Lombardi, un prete di notevole personalità e grande finezza intellettuale cui in seguito fu dato il soprannome di "microfono di Dio" per le sue attività che a dire il vero erano più politiche che pastorali.
I gesuiti che conobbi in quell'occasione e che guidavano le "meditazioni", celebravano la messa e le altre funzioni religiose che costellavano la nostra giornata, li osservai con molta attenzione; il rettore, quando ci separammo, mi propose addirittura di iscrivermi all'Università Gregoriana, eravamo entrati in confidenza ed anche in polemica durante una serie di dibattiti su Sant'Agostino e su San Tommaso.
Ricordo queste vicende personali per dire che i gesuiti che conobbi allora non somigliavano in nulla a Carlo Maria Martini. Erano molto accoglienti e amichevoli, ma piuttosto arcaici nel loro modo di considerare la religione; Martini invece è pienamente coinvolto nella modernità di pensiero. Quanto all'intensità della fede, non sta certo a me misurarla; dico solo che la fede di Martini ti fa pensare perché emerge dal suo profondo; quella che si respirava al Sacro Cuore aveva invece un sentore di sacrestia piuttosto sgradevole per chi come me la fede non ce l'ha e neppure sente il bisogno di cercarla.
Vi domanderete allora quale sia la ragione per la quale io frequenti Martini e lui accetti di buon grado questa frequentazione. La mia risposta è che siamo sulla stessa lunghezza d'onda, ci sentiamo in sintonia l'uno con l'altro e il motivo probabilmente è questo: ci poniamo tutti e due le stesse domande: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Sembrano essere diventante un luogo comune queste domande e forse lo sono, ma continuano a costituire la base d'ogni filosofia e d'ogni conoscenza. Le nostre risposte spesso differiscono ma talvolta coincidono e quando questo avviene per me è una festa e spero anche per lui.
Il nostro di oggi è il quarto incontro che ho avuto con lui; è il 6 dicembre, fuori piove, siamo nella casa di riposo della Compagnia di Gesù a Gallarate in un edificio che fu donato alla Compagnia una cinquantina d'anni fa dalla famiglia Bassetti. Gli incontri precedenti sono avvenuti nel 2009 e nel 2010, ma il primo fu un dibattito che avvenne a Roma alla fine degli anni Ottanta a palazzo della Cancelleria, organizzato da don Vincenzo Paglia, della comunità di Sant'Egidio.
Il cardinale è ammalato di Parkinson, è lucidissimo, ma cammina con difficoltà. Da qualche tempo il male gli ha molto affievolito la voce che è diventata quasi un soffio, ma don Damiano ha imparato a leggere dal movimento delle sue labbra le parole senza voce e le traduce per renderle comprensibili.
Il nostro colloquio qui trascritto è stato rivisto dal cardinale: le difficoltà della comunicazione rendevano necessario il suo "imprimatur".
Scalfari Vorrei cominciare il nostro dialogo da un nome e dalla persona che lo portava: Gesù. Per me quella persona è un uomo nato a Betlemme, dove i suoi genitori Giuseppe e Maria che vivevano a Nazareth si trovavano occasionalmente il giorno e la notte del parto. Per lei, eminenza, quel bambino è il figlio di Dio. Sembrerebbe che la differenza tra noi su questo punto sia dunque incolmabile. Eppure è proprio quel nome che ci unisce. Lei lo chiama Gesù Cristo, io lo chiamo Gesù di Nazareth; per lei è Dio che si è incarnato nel Figlio, per me è un uomo che è creduto essere il Figlio e in quella convinzione ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita, gli anni della predicazione e poi della "passione" e del sacrificio. Ma la predicazione è appunto quel tratto della sua vita che ci unisce. Ho pensato molto all'incontro di due persone già avanti negli anni che vengono da educazioni, culture e percorsi di vita così diversi che sono desiderosi di conoscersi sempre più e sempre meglio. Ha un senso tutto questo? Qualche volta penso che lei speri di convertirmi, di farmi trovare la fede. Questo rientrerebbe nei suoi compiti di padre di anime. È questo che lei si propone?
Martini No, non penso di convertirla anche se non possiamo escludere né io né lei che ad un certo punto della sua vita la luce della fede possa illuminarla. Ma questa è un'eventualità che riguarda solo lei. Lei cerca il senso della vita. Lo cerco anch'io. La fede mi dà questo senso, ma non elimina il dubbio. Il dubbio tormenta spesso la mia fede. È un dono, la fede, ma è anche una conquista che si può perdere ogni giorno e ogni giorno si può riconquistare. Il dubbio fa parte della nostra umana condizione, saremmo angeli e non uomini se avessimo fugato per sempre il dubbio. Quelli che non si cimentano con questo rovello hanno una fede poco intensa, la mettono spesso da parte e non ne vivono l'essenza.
La fede intensa non lascia questo spazio grigio e vuoto. La fede intensa è una passione, è gioia, è amore per gli altri ed anche per se stessi, per la propria individualità al servizio del Signore. Il Vangelo dice: ama il tuo prossimo come ami te stesso. Non c'è in questo messaggio la negazione dell'amore anche per sé, l'amore - se è vera passione - opera in tutte le direzioni, è trasversale, è allo stesso tempo verticale verso Dio e orizzontale verso gli altri. L'amore per gli altri contiene già l'amore verso Dio. Lei ama gli altri?
Scalfari Non sempre, non del tutto. Mentirei se dicessi che amo gli altri con passione come amo alcune persone a me vicine e mentirei se dicessi che l'odio è un sentimento a me ignoto. Detesto l'ingiustizia e odio gli ingiusti. I diversi da me li tollero e in qualche caso li amo pensando che la loro diversità sia ricchezza. Ma gli ingiusti no.
Martini Forse lei ricorderà che sul tema dell'ingiustizia abbiamo molto discusso nel nostro precedente incontro.
Scalfari Lo ricordo benissimo. Io le domandai quali fossero i peccati più gravi e lei mi rispose che la precettistica della Chiesa enumera una serie di peccati numerosa. In realtà - mi disse e io l'ho trascritto fedelmente nell'articolo che feci dopo quel nostro incontro - il vero peccato del mondo è l'ingiustizia, dal quale gli altri discendono.
Martini Sì, lei ricorda bene, dissi così. Ma forse non approfondimmo abbastanza che cosa intendevo con la parola ingiustizia.
Scalfari Può spiegarlo adesso.
Martini Ebbene l'ingiustizia è la mancanza di amore, la mancanza di perdono, la mancanza di carità e il sentimento di vendetta.
Scalfari Lei mi disse anche che il sacramento della confessione e della penitenza, fondamentale per i cristiani, non è più vissuto e praticato come dovrebbe essere.
Martini La penitenza non è quella di recitare dieci "paternostri" ma scoprire la bellezza della carità e metterla in pratica.
Scalfari Mi ricorda il pentimento dell'Innominato del Manzoni nei Promessi sposi....
Martini La lotta contro l'egoismo è molto lunga.
Scalfari Ne deduco che il Creatore ha creato un mondo ingiusto.
Martini Il Creatore ha donato agli uomini la libertà. Essa può generare la solidarietà verso gli altri, ma anche l'egoismo, la sopraffazione, l'amore verso il potere. Ho letto il suo ultimo libro, lei parla di queste cose.
Scalfari Sì, anch'io penso che l'istinto d'amore pervada la vita delle persone ma abbia diverse dimensioni e direzioni. Lei lo chiama amore, io lo chiamo eros, lei chiama il bene carità ed io lo chiamo sopravvivenza della specie, cioè umanesimo. Mi sembra che con parole diverse diciamo la stessa cosa. Gesù, per quanto capisco, tentò il miracolo di cancellare l'amore per se stessi, ma quel miracolo non riuscì.
Martini Gesù non tentò di cancellare l'amore per se stessi, anzi lo mise come misura per l'amore degli altri.
Scalfari Io penso che la vita sia cominciata da un essere monocellulare e poi sia andata vertiginosamente avanti secondo l'evoluzione naturale. Noi abbiamo una mente riflessiva che ci consente di pensare noi stessi e di vedere le nostre azioni, ma nell'economia dell'Universo siamo un piccolo evento: così è nato il mondo e noi tutti e così scomparirà. A quel punto nessun'altra specie sarà in grado di pensare Dio e Dio morirà se nessun essere vivente sarà in grado di pensarlo. Noi non siamo una regola, noi siamo un caso, una specie creata dalla natura, come credo io, o da un dio trascendente come crede lei. Spinoza dice: Deus sive Natura, oppure anche Natura sive Deus. Lei sa che questa concezione della divinità, così intensa come lei ha, sconfina nell'immanenza? Una scintilla di Divinità sta dunque in tutte le creature viventi ed è appunto la vita.
Martini Lei mi domandò nel nostro precedente incontro che cosa io pensassi dell'affermazione del teologo Hans Küng che sostiene la fede verso la vita come la condizione preliminare e necessaria per arrivare alla fede in Dio. Lo ricorda?
Scalfari Sì, ricordo anche che lei era d'accordo con quell'affermazione.
Martini È vero e lo si vede osservando un bimbo appena nato il quale si affida nelle mani dei genitori totalmente. Anche lei è venuto qui nella fiducia che non avrebbe trovato nessuno con un fucile spianato. Questa è una forma primaria di fede.
Scalfari Chiaro. Lei ha detto in un suo scritto che è un errore affermare che Dio sia cattolico.
Martini Sì, l'ho detto. Dio è il Padre di tutte le genti, quindi apporgli l'aggettivo cattolico è limitante.
Scalfari Ammetterà tuttavia che il monoteismo cristiano è assai diverso da quello ebraico e anche da quello dell'islam. In quelle religioni la Trinità sarebbe considerata eresia inconciliabile con il Dio unico. In quelle religioni il Dio unico è innominabile e non raffigurabile, per i cristiani invece ha il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ed è stato dipinto e scolpito per millenni. La storia dell'arte occidentale è in gran parte la storia di Dio, del Figlio, della madre del Figlio, dei Santi. Si può dire che il cristianesimo è una religione monoteista? Oppure storicamente è una religione ellenistica?
Martini La Trinità è Dio-comunione. Il Figlio è la Persona con cui il Padre si manifesta agli uomini. Forse il modello "ontologico" con cui si è pensata la Trinità fino ad oggi dovrebbe cedere il passo al modello "relazionale" che aiuterebbe meglio anche il dialogo orizzontale. Quanto ai Santi, non sono solo intermediari tra noi e Dio ma anche testimoni del bene e forse la Chiesa ne ha canonizzati troppi.
Scalfari Dunque quando la nostra specie scomparirà e quando il giudizio universale sarà avvenuto il Figlio non avrà più ragion d'essere e lo Spirito santo neppure.
Martini Non esattamente, il Figlio sarà la beatitudine delle anime che vivranno nella luce.
Scalfari Senza memoria del sé terrestre che hanno abbandonato?
Martini Noi uomini non siamo in grado di sapere queste cose, di conoscere l'aldilà. Sappiamo però che Paolo dice che la Carità non avrà mai fine. Quindi supponiamo che riconosceremo ciò che abbiamo vissuto nell'amore.
Scalfari Dio è il padre di tutte le genti, ma la Chiesa ha fatto del Dio cattolico anche una bandiera d'identità, di guerra e di stragi.
Martini Quando ha fatto questo ha sbagliato. La Chiesa, come tutte le istituzioni terrene, contiene il bene ed il male ma è depositaria di una fede e di una carità molto grandi. Anche Pietro rinnegò.
Scalfari Forse è troppo istituzione.
Martini Forse è troppo istituzione.
Scalfari Forse è troppo dogmatica.
Martini Direi in un altro modo: l'aspetto collegiale della Chiesa è stato troppo trascurato. Secondo me questo punto andrebbe profondamente rivisto.
La conversazione dura ormai da oltre un'ora. Guardo don Damiano in modo interrogativo e lui mi fa di sì con la testa. Dico al cardinale che è arrivata l'ora di congedarmi. "Ma le faccio un'ultima domanda: che cosa pensa dei fatti politici italiani di questi ultimi mesi? La Chiesa, dopo un silenzio troppo lungo, mescolato con alleanze oltremodo discutibili, ha infine chiesto con il cardinale Bagnasco che venisse ripulito il fango che ha imbrattato l'etica pubblica. È d'accordo con questa posizione?".
Martini Sono d'accordo. In Italia esiste una cattolicità avvertita e consapevole e ci sono anticorpi preziosi che alla fine si manifestano contribuendo a recuperare il bene anche nella sfera dove si amministra il potere.
Mi alzo. Anche lui si alza aiutato da don Damiano. Ci abbracciamo. Lui mormora qualcosa e don Damiano traduce: "Ha detto che prega spesso per lei". Io rivolgendomi a lui gli dico: "Io la penso molto spesso, è il mio modo di pregare". Lui si avvicina al mio orecchio e con un filo di voce dice: "Prego per lei, e anch'io la penso spesso", sorride e mi stringe la mano. Forse voleva dire che pensare l'altro è più che pregare. Io almeno ho capito così.
Eugenio Scalfari
(24 dicembre 2011)
09:58
Scritto da: meneziade
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13/11/2011
Analisi del processo a gesù 2
E - La responsabilità Cristiana nel sentimento antisemita
Basti pensare a quanto appare assurdo il prefetto Pilato nel momento in cui sembra supplicare il popolo di scegliere Gesù come beneficiario della liberazione, mentre la gente si ostina a gridare - Crocifiggilo! Crocifiggilo! - e preferisce la liberazione di un presunto brigante a quella dell'uomo che aveva restituito la vista ai ciechi e la salute ai lebbrosi.
Ma quanti cristiani si sono degnati di studiare attentamente il periodo storico in questione? Di appurare se esistesse o no questa presunta consuetudine di liberare un prigioniero in occasione della festa ebraica? Di leggere gli scritti degli storici ebrei Filone e Giuseppe, contemporanei di Gesù? I quali non hanno mai parlato di una simile consuetudine ed hanno sempre dipinto Pilato come un cinico e spietato amministratore che non si è mai preso la briga di chiedere permesso a nessuno e che, tantomeno, non si è mai sottomesso alle volontà popolari dei giudei ma, al contrario, che ha sempre governato con polso di ferro e con atroce spietatezza.
Nel caso di Gesù, invece, assistiamo ad un Pilato che insiste per liberare il giovane profeta ma, di fronte alla risolutezza del popolo inferocito, si dichiara sconfitto e annuncia candidamente: - Io me ne lavo le mani, non io, ma voi siete responsabili di questo sangue innocente! -. A questo punto, in bocca agli ebrei è messa una frase che è tutto un programma ideologico: - Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli! -, come se gli ebrei di quel tempo sapessero già del triste destino che incombeva sulla loro razza e avessero deciso di accettarlo: la terribile guerra contro i romani, la distruzione di Gerusalemme e del tempio, il massacro di centinaia di migliaia di loro, la diaspora, le persecuzioni da parte dei cristiani, la santa inquisizione, il marchio infamante di "perfidi giudei", duemila anni di antisemitismo e tutto il resto...
Ecco dunque una drammatica conferma: chi ha scritto i quattro Vangeli che la Chiesa definisce canonici aveva senza ombra di dubbio una fissazione, quella di screditare la razza giudea e riempirla di infamia per avere voluto la morte del "figlio di Dio", dando così una santa giustificazione alla storica ostilità di cui gli ebrei sono sempre stati vittime da parte dei cristiani.
Eppure, se c'è qualcuno a cui spetta l'infamia di avere voluto la morte di Gesù, ne siamo certi, non è agli ebrei ma ai romani, che a quel tempo avevano annesso la Palestina al loro impero e avevano sottomesso i suoi abitanti quali sudditi del potere imperiale. E che erano molto attenti a reprimere ogni movimento di liberazione nazional-religiosa, specialmente in un paese difficile da soggiogare; un paese nel quale, da secoli, le profezie parlavano di un Messia-Re, figlio di Davide, che avrebbe dovuto ripetere le gesta dell'antico sovrano che aveva creato il regno unito delle dodici tribù di Israele; un paese nel quale i movimenti messianici (i movimenti esseno-zeloti) si erano risvegliati come mai prima di allora.
F - Il Messia atteso?
Cos'è dunque che i redattori evangelici avrebbero voluto nascondere con la loro manipolazione storica? In questo, l'abbiamo capito, si nasconde la verità che cerchiamo. Essa consiste probabilmente nel fatto che il personaggio che Pilato aveva fatto catturare non ha mai avuto l'intenzione di fondare una religione diversa da quella a cui già apparteneva, non ha mai deciso di dichiarare annullato l'antico patto di Jahwéh col suo popolo, non ha mai predicato ai non circoncisi (ci sono almeno due passi delle scritture evangeliche in cui Gesù esprime in termini chiari ed espliciti la sua intenzione di non predicare per i non ebrei, ma solo per le cosiddette "..."pecore perdute della casa di Israele..." [Mt 10, 6] [vedi anche Mt 15, 21-28]); insomma egli è nato ebreo, come tale è cresciuto, è stato educato, ha vissuto, ha operato ed è morto, senza che il dubbio di cambiare fede o di inventarne un'altra lo abbia mai sfiorato.
Il Cristo (termine che traduce in lingua greca la parola aramaica Mashiha = Messia) è stato intenzionalmente preso di mira dai romani, da loro processato e giustiziato, perché i movimenti messianici del tempo (con tutta probabilità i movimenti di ispirazione essenica, se non gli Esseni stessi degli insediamenti di Kirbeth Qumran, autori dei famosi e controversi Manoscritti del Mar Morto) avevano individuato in lui il destinatario delle profezie messianiche: il santo del Signore, il figlio di Davide, l'unto di Jahwéh che avrebbe restituito la casa di Israele ai suoi figli, togliendola agli usurpatori pagani, alla odiata stirpe dei monarchi Erodiani e alla corrotta casta sacerdotale dei Sadducei. Un uomo così non poteva che finire i suoi giorni sul patibolo romano, la croce, con la scritta trilingue che così recitava: Wa Melek ha Yehudim - Basileus ton Ioudaion - Rex Iudaeorum, il cui significato è evidente: condannato perché colpevole contro l'autorità imperiale, avendo tentato di ristabilire la corona di Davide sul trono di Israele.
Infatti, mille anni avanti Cristo, il primo che aveva regnato sulle dodici tribù unite di Israele era stato proprio Davide ed aveva anche portato la capitale a Gerusalemme, dove sognava di edificare un gigantesco tempio al Signore (non fu lui a portare a compimento quest'opera, ma suo figlio Salomone). Davide fu dunque il primo Messia di Israele e agli ebrei non ripugna affatto l'idea che il Messia sia un personaggio che coniuga l'aspetto spirituale con quello politico, anzi, che sia addirittura un guerriero che combatte e sconfigge tutti i nemici della nazione di Dio.
Il termine Messia nasce dalla cerimonia caratteristica di investitura regale: l'unzione (Mashiha = Unto). Il re di Israele non aveva solo una dignità politica, doveva essere un "prediletto del Signore", in quanto dotato di particolare devozione e fedeltà al Dio di Israele; egli riceveva dalla figura del sommo sacerdote l'olio consacrato e con questo era dichiarato "Unto del Signore", ovverosia il rappresentante terreno di quella sovranità sulla nazione di Israele che spettava solo a Jahwèh.
G - Questo è l'Unto di Jahwè, il re di Israele.
Portiamo la nostra attenzione su un celebre passo della narrazione evangelica, che è alla base della una tipica ricorrenza detta "domenica delle Palme": tutto il mondo cristiano, nella domenica che precede la Pasqua, ricorda l'ingresso di Gesù in Gerusalemme quando, avanzando in groppa ad un'asino, fu salutato dalla folla in un tripudio di Osanna. L'episodio è definito "ingresso messianico" e non potrebbe portare nome più appropriato. Infatti, se leggiamo attentamente il brano, nella versione di tutti e quattro gli evangelisti, troveremo parole dal significato più che inequivocabile: "Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!" (Mc XI, 10), "Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore" (Lc XIX, 38), e ancora: "Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: - Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele! Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d'asina" (Gv XII, 12-15). L'evangelista Giovanni fa esplicito riferimento ad una profezia della Bibbia (Zc IX, 9), che parla della venuta di un liberatore messianico: "Mi porrò come sentinella per la mia casa contro chi va e chi viene, non vi passerà più l'oppressore, perchè ora io stesso sorveglio con i miei occhi. Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina".
Insomma, Gesù fu accolto da tutti come l'atteso liberatore, come il figlio di Davide, come il re di Israele, tutta la descrizione rivela non solo la dignità religiosa del personaggio ma, soprattutto la sua dignità politica; e se egli avesse voluto smentire questa interpretazione che il popolo dava alla sua venuta, se cioè egli avesse voluto precisare che la sua missione non aveva carattere politico, gli evangelisti non ci avrebbero raccontato che l'episodio si era svolto proprio come adempimento della profezia messianica di Zaccaria, con la scenografia del re in groppa all'asino; né avrebbero tanto insistito a definire Gesù come "figlio di Davide", ovverosia confermando il suo pieno diritto alla corona di Israele in quanto appartenente alla dinastia dell'antico fondatore del regno.
Ma ecco un'altra importante dimostrazione della dignità politica di Gesù. Poco dopo l'ingresso messianico in Gerusalemme, che si svolse circa quattro giorni prima del suo arresto, Gesù partecipò ad un importante banchetto, offerto in suo onore nella casa di un fariseo di nome Simone.
Ne parlano tutti e quattro gli evangelisti, ma il testo che noi leggiamo, oggi, sembra voler minimizzare l'importanza del fatto se non, addirittura, camuffarne il significato. Infatti nel corso del banchetto, si verificò un episodio che ne turbò la serenità: una donna (che solo il quarto evangelista identifica nella persona di Maria di Betania, sorella di Lazzaro) giunse con un vaso di alabastro contenente una libbra di "olio profumato di vero nardo".
Ora sarà bene far notare che una cosa simile rappresentava una vera ricchezza, qualcosa che oggi costerebbe molti milioni e che, a quel tempo, non poteva certo costituire un oggetto comune nelle mani di colei che la tradizione vuole farci apparire come una semplice popolana. Ciò non ostante Maria era attrezzata con quella preziosità, quindi si prese la briga di spezzare il vaso di alabastro e di spargere tutta quella essenza sul corpo di Gesù (sul suo capo e sui suoi piedi).
Ed ecco il momento cruciale dell'episodio: a quel gesto, improvvisamente, seguì una esagerata reazione di sdegno da parte di molti dei presenti:
- Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: - Perché tutto questo spreco di olio profumato?...
- ed erano infuriati contro di lei...
- allora Giuda Iscariota, uno dei dodici, si recò dai sommi sacerdoti per consegnare loro Gesù
- quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro...
(Mc XIV, 4- 11)
Un altro evangelista parla dello sdegno dello stesso padrone di casa, Simone. Insomma, tutti sono d'accordo nel testimoniare le conseguenze abbastanza gravi dell'intervento di Maria. Sembrerebbe persino che Giuda abbia maturato la sua precisa intenzione di tradire Gesù in seguito a questa malcapitata "unzione". C'è addirittura un autore, di cui non faccio il nome per non suscitare polemiche personali, che alcuni anni fa ha pubblicato in Italia un libro sul personaggio di Giuda, opera che ha riscosso un certo successo editoriale e sul quale sono comparsi anche diversi commenti sui giornali, il quale sostiene la tesi che il traditore avrebbe deciso di mollare tutto perché con quella unzione certi suoi progetti sarebbero andati in fumo. L'autore dice che Giuda stava cercando di preparare una udienza per Gesù dal sommo sacerdote ma, una volta resosi impresentabile in quel modo, ovverosia unto di profumo come una cortigiana (ci sarebbero voluti alcuni giorni prima che egli potesse liberarsi dalla insistente fragranza del nardo), l'udienza non era più possibile e tutto il piano saltava in aria.
Naturalmente non ho parole per esprimere il mio stupore sul fatto che qualcuno possa seriamente pensare una cosa del genere né, tanto meno, ho parole per esprimere il mio disappunto sul fatto che tutti, da sempre, evitino sistematicamente di riconoscere le uniche ragioni verosimili di quello sdegno.
C'è un solo motivo serio che può avere prodotto l'agitazione dei presenti al banchetto, il loro sdegno e la decisione fatale di Giuda: Maria non aveva voluto compiere un semplice gesto di devozione esibendo lo spreco di un tale valore (...che si trovava nelle sue povere mani?), bensì tutta quella ricca ed aristocratica dotazione era stata preparata appositamente per l'uomo che poco prima aveva compiuto un plateale ingresso da re nella città santa, affinché dinanzi a tutti fosse ufficializzata la sua dignità messianica con una cerimonia di unzione, la tipica cerimonia di investitura regale: l'olio di nardo era per dichiarare la venuta del Messia di Israele!
Tutto ciò aveva provocato lo sdegno di quanti non erano disposti ad approvare questa attribuzione; di quanti temevano gli ideali dei movimenti Jahwisti e i pericoli delle loro ambizioni messianiche; di coloro che, farisei, sadducei ed erodiani, avevano trovato il loro modus vivendi nella Palestina sottomessa all'invasore pagano, e che vedevano i loro privilegi o il loro semplice quieto vivere messi a repentaglio dagli ardori del fondamentalismo esseno-zelota.
Ed è proprio perché Giuda rimase profondamente deluso dalla così grave mancanza di adesione agli ideali del movimento da parte del popolo di Gerusalemme, anzi dalla opposizione che le classi conservatrici avevano mostrato e che poteva facilmente tradursi nel pericolo concreto di finire, di lì a poco, sul patibolo romano per il reato di sedizione, che egli preferì assicurarsi una immunità come "pentito" e come "collaboratore". Non si salvò comunque: dopo pochi giorni la spada dei partigiani di Jahwè lo raggiunse, probabilmente per mano dello stesso Simon Pietro, e i suoi visceri furono sparsi sul terreno a monito nei confronti di tutti i traditori della causa.
H - Paolo, inventore del Cristianesimo.
Poco dopo l'esecuzione dell'aspirante Messia, un certo Shaul, nativo di Tarso in Anatolia, ebreo della diaspora, avvezzo alla convivenza pacifica coi pagani e motivato più al compromesso coi non circoncisi che non allo scontro frontale, intuì che era a dir poco pericolosa l'interpretazione tradizionale e radicale delle profezie messianiche, secondo cui il conflitto diretto con una immane potenza come quella imperiale romana e coi suoi tirapiedi (la borghesia sacerdotale sadducea e la famiglia dei regnanti erodiani) si sarebbe risolto trionfalmente, non ostante la colossale disparità di forze, perchè aveva dalla sua parte l'appoggio di Jahwéh stesso. Shaul, che noi chiamiamo San Paolo, sapeva bene che i romani prima o poi si sarebbero spazientiti e sarebbero giunti alla decisione di risolvere nel modo più drastico il problema della indomabilità di questa piccola ma cocciuta provincia ribelle.
Lo pensavano anche i Sadducei i quali, tutto sommato, stavano proprio bene così come stavano, conniventi col potere dei dominatori stranieri, nonché ricchi sfondati e pieni d'autorità e di prestigio agli occhi dei cittadini di Israele. E' proprio in un passo del Vangelo secondo Giovanni che compare questa frase: "...Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione - Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: - Voi non capite nulla, e non considerate come sia meglio che muoia un uomo solo per il popolo e non perisca la nazione intera -". Avevano ragione i sacerdoti a pensarla in questo modo, dal momento che ciò che essi temevano, come conseguenza del fondamentalismo messianista, si avverò puntualmente quando, nel 70 dopo Cristo, i romani decisero di farla finita: massacrarono decine di migliaia di ebrei, distrussero Gerusalemme e saccheggiarono il tempio.
Condividendo dunque l'opinione dei conservatori giudei il fariseo Shaul fu, in un primo tempo, un accanito persecutore dei pericolosi seguaci della setta messianista (cioè dei cristiani); ma, in un secondo tempo, dovette rendersi conto che neanche questa strada sarebbe servita a frenare i fanatismi nazional-religiosi delle sette di ispirazione esseno-zelotica. Anche i nostri tempi moderni ci insegnano che non c'è arma di repressione che possa avere ragione dello spirito integralista di stampo etnico-religioso, un'attitudine al di là di ogni possibilità di controllo.
Così Shaul maturò il convincimento che contro i fondamentalismi etnico-religiosi non è utile opporre le armi o la forza, si rischia di ottenere l'effetto contrario; occorre combattere le idee con le idee. Infatti il fanatismo etnico-religioso soddisfa un'esigenza interiore che poggia le sue basi sul senso inconscio di identità e sull'orgoglio dei popoli, e l'unica cosa che possa competere con ciò è un'altra immagine interiore, un'altra idea capace di soddisfare le esigenze inconsce degli uomini dando loro un'identità e un senso di self-respect che non sia semplicemente quello tribale dell'appartenenza al gruppo.
Ebbene, l'unico modo per combattere la pericolosità della speranza di salvezza messianica di Israele era quella di creare un'altra speranza di salvezza messianica, ancora più grande, ancora più rispondente alle esigenze interiori: l'idea di una salvezza spirituale universale, di un messia che non dovesse riscattare solo la piccola casa di Israele dalla sua sottomissione all'invasore romano, ma una salvezza cosmopolita che dovesse riscattare tutto il genere umano, specialmente il povero, l'umile, l'oppresso, il debole, il malato, il sofferente, dalla sua sottomissione al male.
E fu così che Shaul inventò di sana pianta, sulle spoglie del vecchio messia, reale ma politicamente fallito, che continuava comunque a rinfocolare gli ardori e le speranze dei suoi irriducubili seguaci, e sui modelli dei Salvatori spirituali orientali, come il Soter dei Greci, il Saoshyant dei Persiani e il Buddha degli Indiani, la figura di un nuovo messia, immaginario ma vincente: Gesù Cristo il risorto. E' stata la più geniale composizione teologica mai effettuata nella storia del genere umano; punto di convergenza sincretistica di numerose componenti religiose ebraiche, elleniche, persiane e indiane; destinato a diventare la guida spirituale dello sviluppo successivo di tutta la civiltà occidentale; capace (a differenza della sua controparte storicamente reale) di abbattere veramente l'impero pagano di Roma. Non era Shaul che si era convertito sulla via di Damasco, ma il cristianesimo, il quale aveva trovato una nuova dimensione capace di proiettarlo non verso il futuro di Israele, ma verso il futuro dell'umanità intera.
Compiuta questa revisione teologica ed ideologica, che evidentemente trovò molta più rispondenza popolare che non la fede originale dell'aspirante Messia di Israele e dei suoi seguaci, la casa di Israele e gli ebrei tradizionalisti (attaccati al loro ideale nazional-religioso) furono visti come una zavorra che impediva lo sviluppo del nuovo ideale cosmopolita del neocristianesimo paolino. Non solo, ma l'immagine dell'aspirante Messia storico e del suo sacrificio patriottico erano un'ostacolo all'immagine del Messia universale, apolitico, puramente spirituale, che prometteva una salvezza nel regno dei cieli, non nei regni della terra. I nuovi cristiani furono anche perseguitati dai Romani perché questi non potevano dimenticare che il Messia originale era stato un martire del movimento di liberazione, che avrebbe anche potuto contagiare con le sue idee le altre nazioni soggette all'impero.
E' per questo motivo che gli evangelisti furono costretti a prendere le distanze dai Giudei e a trasformare la responsabilità Romana nella uccisione di Cristo in una responsabilità ebraica.
E' per questo motivo che le narrazioni evangeliche sono piene di stratagemmi finalizzati ad adattare l'immagine del Messia guerriero degli Ebrei alla nuova teologia del Salvatore universale.
In questo modo e con queste finalità nacque il Vangelo.
18:33
Scritto da: meneziade
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08/11/2011
I GRUPPI RELIGIOSI E POLITICI AL TEMPO DI GESU’
farisei
- il nome significa «separati»
- laici appartenenti alla classe media
- custodivano la Legge e la interpretavano (rigidi tradizionalisti:norme di purità, il Sabato ecc...)
sadducei
- provenienti da ricche famiglie sacerdotali, si adattarono alla dominazione romana
- conservatori, applicavano la Legge alla lettera
scribi - erano gli «uomini del Libro»
- specialisti e interpreti delle Sacre Scritture
sacerdoti
- sacerdoti e Leviti erano i soli che potevano officiare al Tempio
- usufruivano delle offerte fatte al Tempio
- da loro era scelto il Sommo Sacerdote (a capo del Sinedrio)
esseni
- setta dei «puri»
- avevano abbandonato Gerusalemme e il Tempio, rifugiati nel deserto di Giuda
zeloti - fazione politica fortemente antiromana
- difendevano la Legge e la loro attività era clandestina
erodiani
- sostenevano la dinastia monarchica di Erode, al tempo di Gesù di Erode Antipa
samaritani
- abitanti della Samaria
- ritenevano che fosse il monte Garizim e non Gerusalemme il luogo prescelto da Dio per i sacrifici
proseliti
- pagani che desideravano entrare nella religione ebraica
- gli era adibita una parte del Tempio e potevano partecipare alle faste ebraiche
18:53
Scritto da: meneziade
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