11/03/2011
Vangelo di Gesù Cristo secondo MATTEO 13
1 Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a
visitare il sepolcro. 2 Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò,
rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3 Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come
la neve. 4 Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. 5 Ma l'angelo disse alle donne:
"Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. 6 Non è qui. E' risorto, come aveva detto; venite a
vedere il luogo dove era deposto. 7 Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E' risuscitato dai morti, e ora vi
precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto". 8 Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia
grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.
Matteo presenta una teofania che non può essere separata dal brano della morte di Gesù. Tutto avviene
infatti come se il terremoto che aveva seguito l’ultimo respiro del Cristo, riprendesse dopo il sabato: di nuovo
si allude ad Ez 37,7. Si tratta infatti di un unico avvenimento. Matteo lo colloca quasi nel pieno della notte,
"all’alba, verso il primo giorno della settimana": è la notte della pasqua di cui parla l’Esodo (Es 11,4;
12,12.29) e il libro della Sapienza (Sap 18,14.15). Matteo descrive la discesa dell’"angelo del Signore" per
designare la presenza di Dio stesso (Gen 16,17; 22,11; Es 3,2). Dio manifesta la sua vittoria sulla morte di
cui la pietra simboleggiava il carattere implacabile e irreversibile; infatti la pietra viene ribaltata e l’angelo vi si
siede sopra. Il suo atteggiamento e il suo vestito bianco come la neve richiama l’Antico dei giorni della
visione di Daniele (Dn 7,9-10), mentre la folgore ricorda la grande visione di Dan 10. L’apparizione dell’uomo
vestito di lino (Dn 10,5-6) e poi dell’angelo che invita per due volte il profeta a non temere (Dan 10,7-8.12.18-
19) prima di annunciargli il tempo della collera e quello della risurrezione (Dan 11-12), dà le linee armoniche
a questo brano di Matteo.
Mentre i santi si svegliano nel momento della morte di Gesù, le guardie sono prese da tremore e diventano
come morti (28,4). Coloro che avevano garantito il sepolcro e sigillato la pietra per impedire che la morte
restituisse la sua vittima, si ritrovano ora morti di paura, mentre le donne sono prese da timore e gioia
grande. Il timore di Dio fulmina (28,4) o dà la gioia (28,8) secondo il cuore in cui abita. La paura delle donne
si dissolve alla vista dell’angelo. Il messaggio dell’angelo risuona: "E’ stato risuscitato (eghérthe)”. La
formulazione al passivo (il passivo divino) è una perifrasi dell’azione di Dio, che significa: "E’ stato risuscitato
da Dio". Al messaggio segue subito l’incarico. Le donne sono incaricate di portare la notizia ai discepoli. Il
Risorto li precede in Galilea. E mentre il messaggio pasquale è stato comunicato alle donne da un angelo
come messaggio proveniente da Dio, i discepoli lo ricevono invece dalla bocca delle donne. Benché Matteo
ponga l’accento in maniera marcata sulla tomba vuota, l’annuncio resta tuttavia indispensabile. Noi crediamo
alla risurrezione di Gesù perché ce l’ha detto Dio. Il fattore che determina la fede pasquale non è la tomba
vuota, ma il fatto che i discepoli videro Gesù risorto, il fatto che il Risorto si mostrò ai discepoli vivo.
9 Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: "Salute a voi". Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo
adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: "Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in
Galilea e là mi vedranno".
11 Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti
quanto era accaduto. 12 Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di
denaro ai soldati dicendo: 13 "Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi
dormivamo. 14 E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da
ogni noia". 15 Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata
fra i Giudei fino ad oggi.
Gesù stesso viene incontro alle donne e dà loro il compito di essere le apostole degli apostoli: "Andate e
annunziate ai miei fratelli…" (v. 10). Esse sono inviate dal Risorto e hanno compreso, almeno confusamente,
il senso della Pasqua, mentre le guardie vanno a riferire ai sommi sacerdoti l’accaduto, ma ne ignorano il
senso.
Questo annuncio portato dalle guardie ai capi del popolo d’Israele è il segno di Giona che Gesù aveva
promesso loro in Mt 12,38-40.
I sommi sacerdoti tengono un consiglio con gli anziani che stranamente assomiglia a quello che preludeva la
passione (Mt 26,3); anche qui rispunta il denaro: come la morte di Gesù era stata valutata in denaro, così
anche la sua risurrezione.
Al messaggio cristiano, che le donne comunicano, essi contrappongono un anti-messaggio, che i soldati
sono incaricati di trasmettere: il messaggio cristiano della risurrezione è una menzogna messa in scena dai
discepoli col furto del cadavere. Ma i testimoni che dormono al momento del fatto non hanno alcun valore.
Le guardie divulgano tra i giudei questa lezione appresa in fretta e pagata bene dai maestri. Così la morte e
la risurrezione del Cristo continuano ad essere "fino ad oggi" la questione cruciale della storia, partendo dalla
quale tutti gli uomini di ogni tempo devono fare una scelta libera e decisiva.
16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando lo
videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18 E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato
ogni potere in cielo e in terra. 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco,
io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".
Questi pochi versetti formano la conclusione del vangelo secondo Matteo e ci forniscono una chiave
essenziale per una sua esatta comprensione. Il vangelo termina con queste parole di Gesù: "Ecco, io sono
con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo", che hanno un’importanza capitale.
Matteo collega l’invio dei discepoli in missione all’evento della risurrezione, poiché il viaggio dei discepoli in
Galilea esegue l’ordine dato dall’angelo (v. 7) e da Gesù (v. 10) alle donne perché lo trasmettessero loro.
Il discorso della missione del capitolo 10 trova qui il suo adempimento: i discepoli finalmente partono.
L’evangelista accenna discretamente al fatto che i discepoli "vedono" Gesù e sottolinea il loro gesto: "si
prostrarono" in segno di riconoscimento della sua signoria. Questo atteggiamento esprime la fede, ma la loro
adorazione rimane mescolata al dubbio.
Gesù si accosta ad essi, come dopo la trasfigurazione (Mt 17,7) e li chiama ad approfondire ancora di più il
loro rapporto con lui. Gli incontri con il Risorto non possono privare la fede della libertà. Gli Undici
rappresentano una povera Chiesa di uomini di poca fede. Confermando loro l’investitura profetica, Gesù li
riveste di ogni autorità (v. 18), quella che gli è stata data in cielo e in terra.
La comunità di quelli che credono in Gesù non trova in se stessa la capacità di credere. Questa proviene
loro dalla potenza stessa di Dio, trasmessa loro dal Risorto. Da lui ricevono lo straordinario potere di
radunare nuovi discepoli con il battesimo e l’ammaestramento. Il battesimo, conferito nel nome del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo, manifesta l’ingresso del cristiano nel Regno, cioè nella vita di Dio. Con esso il
battezzato appartiene a Dio Padre e Figlio e Spirito Santo.
Al battesimo è unito l’ammaestramento; si tratta, non di una lezione da imparare, ma della buona novella del
Regno – che è Gesù stesso in ciò che dice e in ciò che fa – da cui bisogna lasciarsi penetrare. Questo
ammaestramento si presenta come un’azione interiore che esige un comportamento coerente. E’ il vangelo
nella sua totalità che diviene così insegnamento di vita per i discepoli e si manifesta nell’esistenza cristiana.
Nella vita cristiana la vita morale non è altro che il vangelo in atto.
Questo ammaestramento, rivestito di ogni autorità, riguarda tutte le genti (v. 19) perché tutti sono chiamati
alla salvezza, e la comunità intera dei discepoli partecipa alla responsabilità di questa chiamata, in unione
con il Padre che vuole che "nessuno di questi piccoli si perda" (Mt 18,14). Così il discepolo diventa
responsabile di tutte le genti perché il vangelo di Gesù è un messaggio per il mondo.
Dopo la sua risurrezione Gesù non è più sottomesso al tempo e allo spazio, ma il tempo e lo spazio sono
sottoposti a lui. Egli realizza una presenza effettivamente universale. Matteo sottolinea questa universalità
con un quadruplice "tutto" che esprime la totalità dell’azione divina (ogni potere in cielo e in terra), che
prende corpo nella totalità dell’agire umano (insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato)
secondo la totalità del tempo (io sono con voi tutti i giorni) e dello spazio (ammaestrate tutte le nazioni).
Ricordiamo che il numero "quattro" simboleggia il mondo creato, composto da quattro elementi fondamentali
e delimitato dai quattro punti cardinali.
Per Matteo la Chiesa si costituisce vivendo e annunciando Gesù che raduna tutte le genti del mondo e le
immerge nella sua vita e nella sua morte per farle partecipare alla vita e all’azione del Padre nello Spirito. La
comunità cristiana sussiste per la presenza del Cristo in mezzo ad essa (Mt 18,20) e appare come luogo ove
si attesta la presenza universale di Gesù, che abbraccia lo spazio e il tempo.
Il volto della Chiesa secondo il vangelo di Matteo è il volto stesso di Cristo morto e risorto, vivente nel cuore
di suoi discepoli, ai quali ha detto: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (v.20).
17:27 Scritto da: meneziade in VANGELI CANONICI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: vangelo, gesù, cristo, matteo, canonici, bibbia cattolicesimo, cristianesimo, dio, religione | OKNOtizie |
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08/03/2011
Vangelo di Gesù Cristo secondo MATTEO 12
1 Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo
morire. 2 Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.
3 Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete
d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani 4 dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma
quelli dissero: "Che ci riguarda? Veditela tu!". 5 Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e
andò ad impiccarsi. 6 Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: "Non è lecito metterlo nel tesoro,
perché è prezzo di sangue". 7 E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura
degli stranieri. 8 Perciò quel campo fu denominato "Campo di sangue’ fino al giorno d’oggi. 9 Allora si adempì
quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i
figli di Israele avevano mercanteggiato, 10 e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il
Signore.
I primi due versetti riepilogano il contenuto del capitolo 27. Gesù è condannato a morte. L’organo esecutivo
è il governatore romano. La forza motrice sono i sommi sacerdoti e gli anziani di Israele. Gesù è il giusto
sofferente che è consegnato ai pagani dai capi del suo popolo.
Giuda, dopo aver tradito e venduto Gesù, prova rimorso per quello che ha fatto. Con la restituzione del
denaro intende annullare l’accordo fatto con i sommi sacerdoti (cf. 26,15). La restituzione è collegata alla
confessione del suo peccato di aver consegnato un innocente. Nel Deuteronomio si legge: Sia maledetto chi
si lascia corrompere per uccidere un innocente. E tutto il popolo rispondendo dica: Amen" (Dt 27,25). Nel
contesto di Matteo la confessione del peccato da parte di Giuda ha una duplice funzione: apre la serie delle
asserzioni che attestano l’innocenza di Gesù (cf. vv. 19.24) e attribuisce la colpa ai capi giudei e al popolo.
E’ come un invito a costoro a lasciar stare Gesù. Il che però non avviene. Le espressioni: "Che ce ne
importa? Veditela tu" (v. 4) tentano di scaricare tutta la responsabilità su Giuda.
La reazione di Giuda è la disperazione. Egli getta via i denari nel tempio. Dietro questo gesto dovrebbe
esserci una determinata prassi giuridica. Nel trattato della Mishna Arabin 9,4 è previsto, come direttiva di
Hillel il Vecchio, il caso seguente: entro dodici mesi, chi ha venduto ha il diritto di priorità nel riacquisto di ciò
che è stato venduto. Se chi ha comprato si nasconde per evitare che ciò avvenga, il denaro dev’essere
gettato nell’atrio del tempio. Il compratore allora, se vuole, può riprendersi il suo denaro. In analogia con
questo caso, Giuda getta i denari nel tempio, per annullare la vendita di Gesù.
Il profeta Zaccaria parla di un pastore del popolo che ha cessato il suo servizio, al quale, per offenderlo, è
stata proposta la ricompensa umiliante di trenta denari d’argento. Ma il Signore gli comanda di gettare il
denaro al fonditore del tempio. "E io presi le trenta monete d’argento e le gettai nella casa del Signore al
fonditore" (cf Zc 11,12-13). Allo stesso modo Giuda getta il denaro. Resosi conto che la sua offerta non
viene accettata, si toglie la vita. I capi d’Israele vengono coinvolti nel suo destino.
I sommi sacerdoti raccolgono i denari, ma non li depongono nel tesoro del tempio. La proibizione è suggerita
dal Deuteronomio: "Non porterai nel tempio di Jahvè, tuo Dio, la paga di una prostituta né il salario di un
cane (il pagano infedele)" (Dt 23,19). Su Deuteronomio 23,19, cioè su ciò che si debba fare di questo
denaro, c’è un’ampia discussione rabbinica. Le opinioni si orientano nel senso che lo si debba utilizzare per
necessità pubbliche. Si menzionano strutture quali bagni, cisterne, latrine pubbliche. L’acquisto del cimitero
per stranieri si inquadra in questo contesto.
Matteo è l’unico evangelista a riferire la morte di Giuda. Il suicidio per impiccagione rievoca la morte di
Achitofel, intimo compagno e traditore del re Davide (2Sam 17,23). L’adempimento delle Scritture (Zc 11,11-
13; Ger 18,2-3; 19,1-2 e forse 32,6-15) mostra ancora una volta che il disegno di Dio passa attraverso le
azioni umane, anche le più orribili.
Gesù, che tra i figli d’lsraele è il tesoro nascosto e la perla preziosa (13,44-46), viene venduto per il prezzo di
uno schiavo o di un animale per il sacrificio. Il riferimento di Matteo a Zc 11,12-13 non è di facile
comprensione. Il significato più probabile sembra questo: nel testo di Zaccaria un profeta pastore, inviato da
Dio, fu valutato in Israele trenta sicli d’argento; il Cristo è venduto per la stessa cifra irrisoria. Confrontato con
il testo di Zaccaria, che parla dell’intero Israele, Giuda assume una dimensione tipica: è il simbolo del popolo
di Dio che vende per poco il suo Messia.
Al centro di questo brano non c’è Giuda e il suo destino, ma i sommi sacerdoti e gli anziani. Il fatto
importante non è la fine del discepolo di Gesù, ma il destino teologico del popolo giudaico, il quale non resta
indenne dalle iniziative dei suoi capi. Giuda, invece, col suo riconoscimento dell’innocenza di Gesù, appare
in una luce migliore.
11 Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: "Sei tu il re dei
Giudei?". Gesù rispose "Tu lo dici". 12 E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non
rispondeva nulla. 13 Allora Pilato gli disse: "Non senti quante cose attestano contro di te?". 14 Ma Gesù non
gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.
15 Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. 16
Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. 17 Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato
disse loro: "Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?". 18 Sapeva bene infatti che glielo
avevano consegnato per invidia.
19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto;
perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua". 20 Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la
folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il governatore domandò: "Chi dei due volete che vi
rilasci?". Quelli risposero: "Barabba!". 22 Disse loro Pilato: "Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?".
Tutti gli risposero: "Sia crocifisso!". 23 Ed egli aggiunse: "Ma che male ha fatto?". Essi allora urlarono: "Sia
crocifisso!".
24 Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le
mani davanti alla folla: "Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!". 25 E tutto il popolo
rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli". 26 Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver
fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.
Il racconto del processo di Gesù di fronte a Pilato sviluppa il tema della regalità di Gesù: il titolo "re dei
Giudei" appare all’inizio del racconto (27,11) e alla fine (27,29). L’evangelista non perde occasione per
sottolineare che Gesù è innocente. Giuda afferma di aver tradito "sangue innocente" (v. 4), la moglie di
Pilato lo chiama "uomo giusto" (v. l9) e Pilato ne riconosce pubblicamente l’innocenza (v. 25).
Il Cristo che è stato venduto da Giuda per trenta denari, qui viene barattato con Barabba. Pietro ricorderà
questo fatto nel suo discorso al popolo in At 3,13-15: "Voi avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a
Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi
fosse graziato un assassino, e avete ucciso l’autore della vita". Scegliendo Barabba che dà la morte invece
di Cristo che dà la vita, essi hanno preferito la morte alla vita. Rifiutare Cristo implica sempre e
necessariamente scegliere Barabba.
Matteo precisa che è tutto il popolo (pas o laós: v. 25), e non solo i capi, che prende su di sé la
responsabilità di cui Pilato cerca invano di liberarsi lavandosi le mani e proclamando: "Non sono
responsabile di questo sangue; vedetevela voi!" (v. 24). Questo grido: "Il suo sangue ricada sopra di noi e
sopra i nostri figli" ha fatto scorrere molto inchiostro e anche molto sangue. Per secoli si è scaricato
sbrigativamente il delitto sulla testa degli ebrei. Ma chi sono in realtà i responsabili della morte di Gesù? Il
sangue di Gesù è stato versato per tutti , in remissione dei peccati (26,28): ogni uomo è responsabile della
morte di Cristo in proporzione dei suoi peccati. Gli evangelisti hanno compreso che la responsabilità della
morte di Gesù non poteva gravare solo sulle spalle di un popolo determinato o di alcuni individui che, come
sottolinea Luca, "non sapevano quello che facevano" (Lc 23,24).
Secondo la concezione biblica, il mondo religioso era diviso in ebrei e gentili. Tutti, ebrei e gentili, sia perché
l’hanno ucciso, sia perché da lui sono stati salvati, hanno preso parte alla morte di Gesù. In realtà solo il
cristiano può essere chiamato deicida perché è il solo a conoscere la vera identità di Gesù Cristo che egli
mette a morte a causa delle sue infedeltà (cfr. Eb 6,6).
Pilato interroga Gesù: "Tu sei il re dei giudei?" La risposta di Gesù: "Tu lo dici" può essere intesa soltanto nel
senso di un sì. Il sì però richiede un’interpretazione: in quale senso va intesa questa rivendicazione?
L’interpretazione si avrà nella scena degli scherni e sulla croce.
I sommi sacerdoti e gli anziani compaiono nel processo come accusatori. Gesù persiste nel silenzio, il che
induce il governatore a invitarlo di nuovo a parlare. Ma Gesù non risponde nemmeno una parola. L’accusa
dei malvagi e il silenzio del giusto sono motivi che si incontrano anche nei salmi che trattano delle sofferenze
del giusto (Sal 37,123; 38,14-16; ecc.). La meraviglia di Pilato fa supporre una certa perplessità. Anche il
fatto che egli parli soltanto con Gesù e non con i capi del popolo fa capire che non è maldisposto verso di lui.
L’interrogatorio subisce una svolta. La festa di Pasqua offre la possibilità di liberare un carcerato. La scelta
del carcerato da graziare dipende dal popolo. Con le parole "quello che volevano" è annunciato l’ingresso
del vero protagonista, il popolo, la cui ressa davanti al governatore è descritta come una ufficiale assemblea
popolare. Ma Pilato limita la possibilità di scelta a due. Il fatto sorprendente sta nel fatto che entrambi si
chiamano Gesù e ambedue hanno un soprannome: Gesù il Barabba e Gesù il Cristo. Barabba significa figlio
del padre. Era il nome che si dava ai figli di padre ignoto. Il Figlio del Padre viene messo a confronto con il
figlio senza padre. E la bilancia pende a favore di quest’ultimo. In un’informazione aggiunta veniamo a
sapere che Pilato ha intuito il motivo che spingeva i capi del popolo ha chiedere la condanna di Gesù:
l’invidia. Anche questo dettaglio fa apparire Pilato in una luce migliore, mentre getta un’ombra cupa sui capi
dei giudei.
Un intermezzo interrompe il corso dell’azione. Ricordiamo che già nei racconti dell’infanzia di Gesù i sogni
vengono interpretati come direttive di Dio (Mt 1,20; 2,12.13.19). Così anche qui Pilato riceve una direttiva
dello stesso genere tramite il sogno che sua moglie ha fatto nella notte precedente. In luogo del contenuto
del sogno, sentiamo parlare soltanto del tormento che esso ha provocato alla donna. Il sogno dunque ha
preannunciato una sventura. La preoccupazione della donna riguarda il marito. Nello svolgimento del
racconto il sogno significa che d’ora in avanti Pilato si convince sempre più dell’innocenza di Gesù.
I sommi sacerdoti e gli anziani che avevano fatto la parte degli accusatori, convincono la folla non soltanto a
scegliere Barabba, ma anche a chiedere la morte di Gesù. Pilato formula la domanda in modo tale da
lasciare ogni decisione al popolo. L’ultima domanda: "Ma che male ha fatto?", non riceve alcuna risposta. E’
sommersa dall’urlo della folla: "Sia crocifisso!". A pronunciare la condanna è la folla.
Di fronte al tumulto crescente, il governatore si rende conto di non riuscire ad ottenere nulla e si dichiara
innocente del sangue di Gesù. La lavanda delle mani di fronte alla folla può essere compresa soltanto
partendo dalle sue premesse bibliche. Echeggia qui il detto del salmo 25,6: "Laverò nell’innocenza le mie
mani". Per comprendere questa espressione si può portare a confronto il rito dell’espiazione di
Deuteronomio 21,1-9 che doveva essere eseguito quando si trovava qualcuno che era stato ucciso e non se
ne conosceva l’assassino. Gli anziani della città dovevano uscire e versare in un ruscello il sangue di una
giovenca sgozzata, lavarsi le mani e dichiarare: "Le nostre mani non hanno versato questo sangue e i nostri
occhi non hanno visto nulla". Sullo sfondo c’è la concezione arcaica del sangue versato che, come un potere
malefico, minaccia l’autore dell’omicidio e tutti coloro che entrano in contatto con il sangue. Considerati su
questo sfondo, il gesto e le parole di Pilato vogliono allontanare da lui il potere malefico del sangue versato.
Egli considera la morte di Gesù un’ingiustizia e in tal modo dichiara pubblicamente che Gesù è innocente. La
frase di Pilato ci richiama alla mente il versetto 4 nel quale Giuda, i sacerdoti e gli anziani cercano di liberarsi
dal "sangue innocente" di Gesù. La frase di Pilato alla folla –uméis ópsesthe – può essere tradotta in due
modi: "Vedetevela voi!", e questa traduzione va preferita, anche a motivo della concordanza del v. 4:
"Veditela tu!". Ma potrebbe essere tradotta anche: "Lo vedrete!". In quest’ultimo senso sarebbe riferita alla
distruzione di Gerusalemme, avvenuta nei mesi di agosto e settembre dell’anno 70 d.C. Il grido della folla
invoca su di sé e sulla propria discendenza la sventura connessa al sangue versato del Cristo Gesù.
Nel testo che abbiamo letto, tutto il popolo d’Israele viene dichiarato responsabile del sangue di Cristo. Ma
dobbiamo anche ricordare che Gesù nell’ultima cena aveva indicato il suo sangue come sangue
dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati (26,28). Quindi il sangue di Gesù è stato versato
anche per la remissione di questo peccato di cui il popolo dei giudei è responsabile. Il perdono dei peccati
riguarda tutti e quindi anche gli ebrei. Se poi teniamo presente che il sangue di Cristo è stato versato per la
remissione dei peccati di tutti, allora dobbiamo concludere che ognuno è colpevole della morte di Cristo per il
fatto di esser peccatore. Ognuno per la sua parte.
27 Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. 28
Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto 29 e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul
capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: "Salve, re dei
Giudei!". 30 E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31 Dopo averlo
così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per
crocifiggerlo.
La scena degli oltraggi al re dei giudei (vv. 27-31) è l’eco di quella che Cristo profeta aveva subito davanti al
sinedrio (26,67-68) e si prolunga fino al Calvario, come indica il verbo "schernire" ripreso tre volte da Matteo
(vv. 29-31,41). Matteo sottolinea il carattere ridicolo e mostruoso: il re mite e umile (21,5), rivestito di un
mantello scarlatto (vv. 28.31), coronato di spine e con uno scettro di canna in mano è selvaggiamente
schernito e picchiato: la profezia del Servo sofferente (Is 52,13---53,12) si realizza. La regalità di Gesù
appare in tutto il suo vero splendore e nel suo vero senso soltanto nel contesto della passione della croce.
La regalità di Dio, apparsa in Gesù, è diversa dagli schemi umani: è tanto diversa da sembrare una burla.
Gesù l’aveva già detto in 20,25-28: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi
esercitano su di esse il loro potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra
voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio
dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti". C’è
dunque una differenza radicale tra la regalità del mondo e quella di Cristo; fra le manifestazioni della prima e
quelle della seconda. La regalità del mondo si manifesta nella potenza, nell’imposizione, nella salvezza di
sé; quella di Cristo nel servizio, nell’amore, nella salvezza degli altri. Il mondo non capisce la regalità di
Cristo, la rifiuta come una burla. Cristo crocifisso è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23).
Ma anche i cristiani (per amore del Maestro, per renderlo meno... sbagliato, più amabile, più accettabile !!!)
tentano di modificare la regalità di Gesù per farla simile a quella dei re di questo mondo. Le scene più crude
del vangelo sono diventate opere d’arte e la croce di Cristo un gingillo di materiali preziosi.
Il Cristo sfigurato e oltraggiato è la massima espressione del fatto che nell’uomo Gesù si è manifestato Dio.
Lasciandosi oltraggiare e sfigurare dagli uomini, egli restaura per essi quell’immagine di Dio che l’uomo deve
diventare.
32 Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la
croce di lui. 33 Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio, 34 gli diedero da bere vino
mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. 35 Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le
sue vesti tirandole a sorte. 36 E sedutisi, gli facevano la guardia. 37 Al di sopra del suo capo, posero la
motivazione scritta della sua condanna: "Questi è Gesù, il re dei Giudei".
38Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
39 E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: 40 "Tu che distruggi il tempio e lo
ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". 41 Anche i sommi
sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: 42 "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re
d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. 43 Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha
detto infatti: Sono Figlio di Dio!". 44 Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.
Le esecuzioni capitali avvenivano davanti alla porta della città. Il fatto che Simone sia costretto a prendere
su di sé la croce di Gesù vuol dire che fino a quel momento Gesù l’aveva portata da solo. A causa della
grave flagellazione subita, ora non ce la fa più. Simone è costretto a prestare questo servizio, come usavano
fare i soldati della potenza occupante obbligando la popolazione civile a tali servizi umilianti (cf. Mt 5,4).
Obbligato a camminare a fianco di un condannato a morte, Simone deve essersi sentito disonorato. Per la
comunità cristiana egli costituisce un testimone importante dell’avvenimento. Infatti più tardi divenne
probabilmente cristiano, come fa pensare il fatto che nel Vangelo di Marco 15,21 viene presentato come
persona nota ai lettori del Vangelo in quanto padre di Alessandro e Rufo. Il luogo dell’esecuzione è il
Golgota che viene tradotto luogo del cranio. nome che forse deriva dalla forma a cranio della roccia che
costituiva il Golgota.
Era usanza presso gli ebrei porgere al condannato una bevanda inebriante, perché potesse sopportare
meglio i tormenti. Per questa usanza ci si richiama al libro dei Proverbi 31,6: "Date bevande inebrianti a chi
sta per morire e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore". Matteo con la sua formulazione allude al salmo 68,22:
"Mi diedero il fiele come nutrimento, e per la mia sete mi dissetarono con aceto". Gesù assaggia la bevanda
ma non la beve.
Anche la spartizione delle vesti per sorteggio è modellata sul salmo 22,19: "Si divisero le mie vesti, sul mio
vestito gettarono la sorte". L’annotazione che i soldati stavano seduti e facevano la guardia, prepara
l’episodio della guardia al sepolcro (vv. 62-66). Il Gesù crocifisso e morto è rimasto costantemente sotto la
sorveglianza dei soldati.
Era usanza rendere nota pubblicamente la colpa del condannato. In Matteo la dichiarazione di colpa diventaproclamazione: "Questi è Gesù, il re dei giudei". Soltanto a questo punto del racconto veniamo a saper che
assieme a Gesù sono crocifissi due malfattori. I malfattori costituiscono la corte di questo re. La scena
ricorda il quarto carme del Servo di Jahvè: "E’ stato annoverato tra i malfattori" (Is 53,12).
Tre gruppi di derisori lanciano contro Gesù i loro scherni. Qui il testo ha un verbo specifico per ciascun
gruppo: i passanti bestemmiano, i membri del sinedrio scherniscono, i due crocifissi insultano. Nell’Antico
Testamento lo scuotere il capo è un’espressione di disprezzo. Un passo particolarmente vicino a questo,
riferito a Gerusalemme devastata, è il libro delle Lamentazioni 2,15: "Tutti coloro che passano per la via…
scuotono il capo". L’invito a salvare se stesso allude al potere di Gesù. L’invito a scendere dalla croce è
l’ultima richiesta di un segno che i non credenti rivolgono a Gesù.
A Matteo preme far notare che i rappresentanti di tutti e tre i gruppi del sinedrio hanno preso parte agli
scherni. Essi ripetono e ampliano le parole beffarde di coloro che hanno appena parlato. Si rifanno ai
miracoli di Gesù ("ha salvato gli altri") e, riferendosi alla sua rivendicazione messianica, lo chiamano re
d’Israele. La richiesta espressa dai componenti del sinedrio, che Gesù dia un segno scendendo dalla croce,
viene congiunta alla dichiarazione di essere pronti a credere in lui. A conclusione richiamano la fiducia in
Dio, che Gesù aveva sempre proclamato, e aggiungono, come motivazione, ciò che egli aveva affermato:
"Sono Figlio di Dio".
L’espressione dei membri del sinedrio costituisce il riscontro negativo rispetto al riconoscimento del
centurione e dei suoi soldati (v. 54). Anche i due crocifissi si uniscono agli altri schernitori. Gesù soffre in
totale solitudine.
45 Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. 46 Verso le tre, Gesù gridò a gran
voce: "Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". 47 Udendo
questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". 48 E subito uno di loro corse a prendere una
spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. 49 Gli altri dicevano: "Lascia,
vediamo se viene Elia a salvarlo!". 50 E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
51 Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, 52 i
sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. 53 E uscendo dai sepolcri, dopo la sua
risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54 Il centurione e quelli che con lui facevano la
guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano:
"Davvero costui era Figlio di Dio!".
55 C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla
Galilea per servirlo. 56 Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei
figli di Zebedèo.
Matteo collega la croce e la morte di Gesù a dei segni straordinari. Prima della sua morte si estende su tutta
la terra una tenebra che dura tre ore. Cosa significa questa tenebra? Il giudizio di Dio come in Amos 8,9 e
Geremia 15,9? La fine come in Matteo 24,29? Oppure il cordoglio di Dio? Forse è da preferire quest’ultimo
significato: la tenebra significa la con-passione e il lutto di Dio.
Le ultime parole del crocifisso corrispondono alle prime parole del salmo 22. Emesse come un grido, esse
manifestano il carattere incalzante di questa preghiera. Gesù si rivolge a Dio con un grido in cui lamenta
l’abbandono di Dio. Per capire bene il significato di questo grido occorre tener presente che il salmo descrive
sì la sofferenza mortale di Cristo, ma che nella parte conclusiva il lamento si trasforma in lode,
ringraziamento profezia di salvezza per tutti i popoli del mondo e annuncio di risurrezione: "Lodate il Signore,
voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha
disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha
esaudito… Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte
le famiglie dei popoli… E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza: si parlerà del Signore alla
generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: "Ecco l’opera del
Signore". (vv. 24-32).
Nei vv. 47-49 la reazione di alcuni astanti si basa sul malinteso che Gesù abbia invocato Elia. Il profeta Elia
era considerato dai giudei un soccorritore efficace nei momenti di bisogno e quindi anche in pericolo di
morte.
Gesù muore emettendo ancora una volta un alto grido: Il significato del grido va visto nel fatto che la morte
del Figlio di Dio dev’essere annunciata a tutto il mondo.
Il velo del tempio che si squarcia significa che ora è possibile guardare a quanto sta dietro di esso. Nel
tempio c’erano due cortine, una esterna, che nascondeva l’ingresso del santuario e una interna che
nascondeva il Santo dei santi. Quest’ultima poteva essere varcata soltanto una volta all’anno e solamente
dal sommo sacerdote nella festa dell’espiazione. Di questo avvenimento sono possibili due interpretazioni.
La prima: si tratta di un segno di minaccia, perché annuncia la fine del culto del tempio. Con la morte di
Gesù il tempio ha perso ogni significato. Questa interpretazione è in linea con 23,38; 24,2; 27,40. La
seconda: si tratta di un segno di promessa, poiché rappresenta il libero accesso nel Santo dei santi acquisito
mediante la morte di Gesù, il libero accesso a Dio per tutti. Queste due interpretazioni vanno appaiate, non
contrapposte. L’accesso aperto ai pagani, al quale si farà riferimento subito dopo, è conseguenza
dell’eliminazione del culto nazionale legato al tempio.
La morte di Gesù è descritta da Matteo proprio come una teofania, contraddistinta dal terremoto quando
Gesù spira (vv. 51.54) e nel momento in cui risuscita (28,2-4). Dio spacca le rocce e apre i sepolcri. Forse su
questo testo ha influito Zaccaria 14,4, secondo cui nel giorno del Signore il monte degli Ulivi si fenderà. Ma
soprattutto sullo sfondo c’è Ezechiele 37. Il riferimento immediato è al v. 12:" Ecco, apro i vostri sepolcri e vi
risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele". La morte di Gesù rivela il suo
senso manifestando la gloria di Dio che risveglia gli uomini alla vita (27,52-53). La teofania della morte
adempie la visione del battesimo. Lì la voce dal cielo aveva proclamato: "Questo è il mio Figlio, il prediletto"
(3,17). Qui, il centurione confessa: "Veramente costui era Figlio di Dio" (v. 54). È attraverso la sua morte che
il Messia, intronizzato dal Padre nel battesimo, adempie la sua missione e svela la sua realtà divina. In
questo brano udiamo per due volte la "grande voce" di Gesù che si abbandona a Dio con un grido di lucida e
straziante fiducia, riprendendo il salmo 22, e che lascia lo Spirito. Il Figlio prediletto di Dio, fatto uomo, non
può riconoscere la sua filiazione che mettendosi nelle mani del Padre, con un abbandono di tutto il suo
essere nella nuda realtà della morte. L’ultima tentazione che ha affrontato sulla croce: "Salva te stesso, se
sei il Figlio di Dio" (v. 40), Gesù la supera non salvando se stesso, ma abbandonando la sua salvezza nelle
mani del Padre. Gesù in croce ha pregato: "Dio mio...." (v. 46). Il credente vede in questa invocazione
l’adempimento della situazione del giusto sofferente che parla secondo il salmo 22; lo scettico ironizza su
questo appello tardivo al profeta Elia; l’uomo compassionevole presenta una spugna imbevuta di "posca",
una bevanda dissetante dei soldati romani. Gli evangelisti vedono in quest’ultimo gesto l’adempimento del
salmo 69,21 e Matteo forse allude anche a colui il quale avrà dato da bere al re, giudice delle genti (25,35-
37).
La teofania avviene nel quadro di un terremoto nel momento in cui Gesù "lascia lo Spirito". Senza dubbio quic’è un richiamo alla visione di Ezechiele 37, ove le ossa inaridite riprendono vita durante un terremoto (Ez
37,7), mentre il profeta "profetizza allo Spirito" (Ez 37,9): le tombe si aprono e Jahvè ne fa risalire il popolo
che conduce verso la terra d’Israele (Ez 37,12); con questo segno possono riconoscere Jahvè (Ez 37,6.13).
Per Matteo il dono che Gesù fa del suo Spirito dà l’impulso alla risurrezione di ogni uomo; i corpi dei "santi
assopiti" si risvegliano per entrare non più nella terra dell’effimera benedizione che era il suolo d’Israele, ma
nella "città santa" la Gerusalemme dei risuscitati, ove si realizzano definitivamente le promesse di Dio. Nel
momento della morte di Gesù, solo Matteo menziona già la sua risurrezione, aggiungendo che trascina con
sé "i corpi dei santi". Il velo del tempio si squarcia (v. 51) perché ormai è inutile velare la presenza divina,
perché essa si manifesta ed è riconosciuta nella morte del Figlio di Dio. Il grido del centurione e di quelli che
con lui custodivano Gesù (v. 54) mostra che anche i pagani possono ora accedere alla conoscenza di Dio
evocata da Ezechiele 37,6.13.14.
La morte di Gesù riguarda tutti i popoli del mondo. Il centurione pagano è il loro rappresentante nel
riconoscere che Gesù, il crocifisso, è Figlio di Dio. Ma non solo il centurione (come in Marco 15,39), ma
anche i soldati che erano con lui riconoscono la vera identità di Gesù. Nel contesto, il loro riconoscimento
costituisce l’antitesi positiva alle bestemmie dei rappresentanti del popolo giudaico, i quali avevano preso le
distanze dal re d’Israele e avevano beffardamente messo in dubbio la sua pretesa di essere il Figlio di Dio. Il
centurione e i suoi soldati rappresentano il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, che professa la propria fede nella
morte e risurrezione di Gesù come fondamento della nostra salvezza. Questa scena è forse ispirata al salmo
22,8: "Ricorderanno e ritorneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le
famiglie dei popoli".
Parte costitutiva della professione di fede è il seguire Cristo sulla via della croce. Le discepole che avevano
sostenuto Gesù materialmente, hanno trovato il coraggio di seguirlo fin qui. Esse sono citate come testimoni
oculari dell’avvenimento.
57 Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui
discepolo di Gesù. 58 Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse
consegnato. 59 Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo 60 e lo depose nella sua
tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne
andò. 61 Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l’altra Maria.
Secondo il computo giudaico della giornata, il nuovo giorno ha inizio al tramonto. Nel giudaismo era usanza
seppellire subito i morti. Per i giudei valeva il principio: chi fa trascorrere la notte al defunto senza seppellirlo,
lo profana. Di Gesù morto si prende cura un uomo di nome Giuseppe, di Arimatea, che è presentato come
un uomo ricco e discepolo di Gesù. Egli ripara la colpa di tutti gli altri discepoli. Tutti sono fuggiti e non sono
presenti neanche alla sepoltura del Maestro.
Giuseppe esegue da solo la sepoltura di Gesù. I funerali nel giudaismo avvenivano in forma privata, senza
ministri del culto. Tuttavia l’assenza di qualsiasi forma di accompagnamento da parte di altre persone resta
anche in questo caso espressione dell’abbandono del Crocifisso.
Le due donne, Maria di Magdala e l’altra Maria, sono testimoni oculari della sepoltura di Gesù e del luogo del
suo sepolcro. La sepoltura di Gesù è il passaggio dall’umiliazione alla gloria della risurrezione. La tomba
garantisce la realtà della sua morte. L’interesse per il corpo di Gesù è interesse per la risurrezione corporea.
La morte di Gesù è un fatto reale. Questa realtà si esprime correttamente attraverso la sepoltura. Gesù è
sepolto nel momento in cui gli ebrei si mettono a tavola per mangiare la cena pasquale. Giuseppe di
Arimatea chiede a Pilato e ottiene il corpo di Gesù. Viene a prendere il corpo (v. 59) rispondendo al
comando rivolto da Gesù ai discepoli durante l’ultima cena: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo"
(26,6). La pasqua vera è la morte e la risurrezione di Gesù.
62 Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei,
dicendo: 63 "Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò.
64 Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo
rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della
prima!". 65 Pilato disse loro: "Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete". 66 Ed essi
andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.
Questo brano è un dialogo tra i capi ebrei e Pilato. Al centro del dialogo sta l’annuncio cristiano della
risurrezione di Cristo il terzo giorno, che viene ripetutamente enunciato proprio dai capi dei giudei.
All’annuncio della risurrezione viene contrapposta la tesi giudaica del furto di cadavere. Pilato è preso tra
l’incudine e il martello. L’ordine che è costretto a impartire è in relazione con il suo comando di concedere il
cadavere di Gesù per la sepoltura (v. 54). Egli deve porre rimedio al guaio che ha combinato.
L’episodio della guardia al sepolcro permette a Matteo di introdurre il racconto della risurrezione. Saranno
proprio le guardie ad essere i testimoni della risurrezione; esse correranno ad annunciare l’accaduto ai
sacerdoti (28,11). I sommi sacerdoti e i farisei avevano chiesto un segno a Gesù. Ed egli aveva reagito
dando loro il segno di Giona (16,4): "Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così
il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). Nell’intervento presso Pilato i capi
giudei qualificano queste parole di Gesù come "impostura" che potrebbe alimentarne una ancor più
pericolosa, quella dei discepoli che annunciano la risurrezione di Gesù dai morti.
17:23 Scritto da: meneziade in VANGELI CANONICI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: vangelo, gesù, cristo, matteo, canonici, bibbia cattolicesimo, cristianesimo, dio, religione | OKNOtizie |
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06/03/2011
Vangelo di Gesù Cristo secondo MATTEO 11
1 Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di
esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge
invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono
tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 7 Allora tutte quelle
vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio,
perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per
voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò
lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi
arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità
vi dico: non vi conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
La storia raccontata in questo pezzo di vangelo ci presenta dieci ragazze che attendono lo sposo.
Chi è lo sposo e chi sono le dieci ragazze? Lo sposo è Cristo, le dieci ragazze sono la comunità cristiana. La
storia non parla della sposa, perché le dieci ragazze sono la sposa e attendono l'arrivo non di uno sposo, ma
del loro sposo. Queste dieci ragazze sono la sposa di Cristo, la Chiesa (cf. Ef 5,22-32).
Queste dieci ragazze si dividono in due categorie: cinque sono sagge e cinque sono stolte. In che cosa si
manifesta la saggezza delle prime cinque? Hanno calcolato che l'attesa dello sposo sarebbe andata per le
lunghe: per questo "insieme con le lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (v. 4).
Avevano capito che la vita ha una durata troppo lunga per poter conservare sempre la stessa carica di fede
e di carità senza fare rifornimento. Le lampade accese significano la costante vigilanza che occorre per non
perdersi nella notte della dimenticanza e dell'infedeltà in questo mondo.
Tema di questo racconto è l'attesa del Signore che viene. Ciò non significa che la vita presente sia una sala
d'attesa della vita eterna, ma che deve essere vissuta come vita responsabilizzata in vista del Signore che
viene. L'attendere Dio presuppone la fede. L'olio delle lampade è la fede con le opere.
Le cinque ragazze sagge, che rappresentano i buoni cristiani, non sembrano poi tanto buone, anzi,
sembrano decisamente scostanti e cattivelle. Alle amiche stolte che le supplicano: "Dateci del vostro olio,
perché le nostre lampade si spengono rispondono: "No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate
piuttosto dai venditori e compratevene" (vv. 8-9).
Le ragazze sagge non possono dare il loro olio alle stolte perché nessuno può essere vigilante al posto di un
altro, nessuno può amare Cristo al posto di un altro: è un affare personale, è un assegno "non trasferibile".
Questo racconto istruttivo ha lo scopo di esortare a tenersi pronti all'arrivo del Signore: un arrivo di cui non
conosciamo né il giorno né l'ora, ma che non è lontano ed è certissimo e inevitabile.
Queste ragazze stolte che chiamano Gesù: "Signore, Signore" (v. 11) hanno dimenticato l'insegnamento che
egli aveva già impartito al capitolo 7, 22-23 di questo vangelo: "Molti mi diranno in quel giorno (il giorno del
giudizio finale): Signore, Signore ... Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi
operatori di iniquità".
Queste parole non condannano la preghiera, non proibiscono di invocare Cristo come "Signore", ma ci
insegnano che la preghiera deve essere congiunta alla pratica della vita cristiana. Bisogna fare la volontà del
Padre, diversamente la preghiera non serve.
Nell'attesa del grande giorno della venuta del Signore bisogna vegliare e non comportarsi come i cristiani di
Tessalonica che nel prolungarsi dell'attesa della venuta del Signore cominciarono a darsi all'ozio e al
vagabondaggio (1Ts 4,11; 2Ts 3,6-12). Così le ragazze del racconto evangelico (cioè noi cristiani!) devono
essere impegnate, operose e diligenti.
Matteo ha dato a questo racconto edificante una conclusione che concorda con la finale del discorso della
montagna (Matteo,5-6-7). Anche là troviamo la contrapposizione tra il saggio e lo stolto.
Nel discorso della montagna essere saggio significa: non limitarsi ad ascoltare le parole di Gesù, ma
metterle anche in pratica. Questa disposizione viene trasferita anche al presente racconto delle dieci
ragazze che rappresentano la comunità cristiana. Sono pronti ad andare incontro al Signore quei cristiani
che fanno la volontà di Dio come l'ha insegnata Gesù nel discorso della montagna.
Vigilare nell'attesa del Signore che viene in maniera improvvisa, vuol dire essere pronti; ed essere pronti
significa essere fedeli alla volontà del Padre, facendo quelle opere di amore sulla base delle quali verrà fatto
il giudizio finale. Questa è la vera "saggezza" cristiana: attuare con perseveranza la volontà del Padre che il
Signore Gesù ha definitivamente rivelato.
Nella parabola del giudizio finale (Matteo 25,31-46) il Signore ci indicherà dettagliatamente quali sono le
opere buone che dobbiamo fare nell'attesa della sua venuta.
14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche
quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento,
andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di
quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri
cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene,
servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi
parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi
hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il
padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto
infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non
hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui
il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e
raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei
ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a
chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo
fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Il regno dei cieli è un capitale che Dio ha messo nelle nostre mani: non possiamo lasciarlo improduttivo.
Questo racconto ci insegna la vera natura del rapporto che deve intercorrere tra Dio e l'uomo. E' tutto il
contrario di quel timore servile che cerca rifugio e sicurezza contro Dio stesso in una esatta osservanza dei
suoi comandamenti. E' invece un rapporto di amore dal quale possono e devono scaturire coraggio,
generosità e libertà. Il servo buono e fedele è colui che, superando ogni timore servile e la gretta concezione
farisaica del dovere religioso, traduce il vangelo in atti concreti, generosi e coraggiosi. Attendere il Signore
significa assumere il rischio della propria responsabilità. A coloro che si muovono nell'amore e si assumono
il rischio delle proprie decisioni, si aprono prospettive sempre nuove (v. 28). Chi invece resta inerte e
inoperoso (v. 25) diventa sterile e improduttivo, e gli sarà tolto anche quello che ha (v. 29). Non basta non
fare il male, bisogna fare positivamente tutto il bene e a tutti.
La paralisi operativa del cristiano è provocata dalla paura nei confronti del suo Signore. Il cristiano vero
conosce Dio come amore infinito, e questo lo porta ad agire con entusiasmo e dedizione. "Per questo
l'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è
lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il
timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell'amore" (1Gv 4,17-18).
Il dono dei talenti che Dio ci ha dato è un atto di fiducia nelle nostre reali capacità e nella nostra buona
volontà. Egli non vuole che siamo dei semplici dipendenti o esecutori ignari e deresponsabilizzati, ma dei
collaboratori coscienti e coscienziosi nella gestione dei suoi beni. L'osservazione maleducata, ingiusta e
malvagia che il servo fannullone butta in faccia al suo padrone: "So che sei un uomo duro e mieti dove non
hai seminato e raccogli dove non hai sparso" (v. 24) contiene una preziosa informazione sul conto di Dio,
perché riconosce la laboriosità e la capacità di questo Signore che sa trarre profitto anche dove gli altri non
riescono (Dio sa trarre il bene anche dal male, perfino dal peccato!). E vuole che i suoi servi siano come lui.
Il servo fannullone non è solo pigro, ma anche stolto. Il suo giudizio sul padrone è falso e malevolo. La sua
colpa non è solo la pigrizia, l'infingardaggine, la mancanza di capacità di rischio, ma la disistima e la
mancanza d'amore verso il suo padrone: non l'ha compreso, non si è fidato delle sue proposte.
Il racconto rappresenta la comunità cristiana impegnata nelle sue varie mansioni. La vocazione cristiana è
un capitale a rischio: un dono che bisogna far fruttificare con industriosità, saggezza e amore. Ogni fedele
deve dare, con responsabilità e coraggio, la propria prestazione.
Il premio, espresso nel raddoppiamento dei talenti e nella partecipazione alla gioia del Signore, contiene un
richiamo alla comunione di vita con Cristo. La condanna è l'esclusione dal banchetto di questa intimità. Fuori
dalla sala delle nozze eterne il servo sarà condannato all'oscurità, al freddo, al pianto.
Il momento attuale decide la nostra sorte eterna.
Matteo mette in guardia i suoi lettori contro il rischio del disimpegno che sarà condannato come mancanza di
fede e di fiducia nel Signore. La paura è il contrario della fede, come la pigrizia è il contrario dell'impegno
fruttuoso. L'intenzione di Matteo è questa: motivare un serio impegno dei cristiani nella vita presente con la
prospettiva del giudizio finale, della ricompensa e del castigo.
L'esperienza di fede per Matteo è una relazione personale con il Signore, che si esprime e si concretizza
nella fedeltà operosa come risposta alla sua iniziativa gratuita.
L'immagine di Dio è deformata dalla paura. Essa paralizza l'iniziativa dell'uomo, gli impedisce di essere
attivo e di rischiare.
Il terzo servo, invece di presentare i suoi guadagni, fa leva sulla severità del suo padrone, di cui ha un
pessimo concetto, per motivare la sua totale mancanza di intraprendenza nel far fruttare il capitale ricevuto.
In altre parole: la colpa è del Signore, non sua (vv. 24-25). La risposta del Signore si apre con due
appellativi, "malvagio e pigro", che sono l'opposto di quelli usati per i primi due servi laboriosi e
intraprendenti, "servo buono e fedele". Il Signore risponde riprendendo le stesse parole del servo: "Sapevi
che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso".
Il dialogo si conclude con l'ordine di cacciare il servo malvagio e pigro. Con tale conclusione il racconto
diventa un avvertimento per tutti coloro che nell'attesa della venuta del Signore non si impegnano con
costanza e fedeltà.
Il terzo servo non ha fatto, apparentemente, nulla di male, ma, in realtà, il non corrispondere alle attese del
Signore è il massimo dei mali, se merita tanto castigo. La vita non ci è stata donata per non fare del male,
ma per fare il bene, diversamente i cadaveri sarebbero migliori di noi: non uccidono, non commettono
adulterio, non rubano, non dicono falsa testimonianza...
La frase: "A chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (v. 29)
può sembrare un principio ingiusto; in realtà mette in evidenza come nel seguire il Signore ci sia un
crescendo di intimità, di senso reciproco di appartenenza, che si intensifica e si approfondisce sempre di più.
Questo racconto non è una spinta all'imprenditorialismo o all'accumulo di capitali: i talenti sono i "misteri del
regno di Dio", non i denari.
Il seguire Gesù rimane spesso bloccato perché ci si lascia dominare dalla paura, che è esattamente il
contrario della fede ardimentosa che sposta le montagne. Per concludere, esemplifichiamo: paura di
sposarsi, accettando la definitività di questa unione indissolubile per volontà di Dio; paura di fare i preti a
vita; paura di consacrarsi definitivamente a Dio nella vita religiosa; paura, paura e sempre paura..., perché
abbiamo paura di Dio.
31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si sederà sul trono della sua gloria.
32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le
pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che
stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla
fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete
dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,
carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo
veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo
visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o
in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto
queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra:
Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho
avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e
non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi
allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato
o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto
queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al
supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".
A proposito di questo brano si pongono numerosi problemi di interpretazione. Chi sono le genti adunate per
essere collocate a destra e a sinistra? Sono tutti i popoli, senza distinzione, o solo i cristiani? Chi designa
l'espressione "questi miei fratelli più piccoli": qualsiasi uomo bisognoso o solo i discepoli e specialmente i
predicatori itineranti del vangelo?
Questa parabola riprende il tema della venuta del Figlio dell’uomo. L’apparato glorioso del giudizio divino,
che ricorda Zc 14,5 e il raduno di tutte le genti (cf. Mt 24,9.14; 28,19) davanti a Cristo, ci presenta un
avvenimento importante: ogni uomo si trova alla presenza del re che dà il possesso dell’eredità del regno ai
benedetti del Padre suo.
Il giudizio pronunciato su ciascuno sarà per tutti motivo di stupore: nessuno aveva coscienza di aver accolto
o rifiutato il Signore stesso nei "piccoli". "Questi miei fratelli più piccoli" sono i discepoli di Gesù: chi accoglie
loro, accoglie Cristo stesso (cf. Mt 10,40-42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10).
Il giudizio decisivo pare così basarsi sull’accoglienza degli inviati di Cristo e, attraverso di loro,
sull’accoglienza della sua stessa persona e del suo messaggio: nelle opere di misericordia e nella
sollecitudine portata ai discepoli sofferenti si raggiunge Gesù stesso che si è fatto "piccolo", che è venuto per
servire e per dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mt 20,28). Egli si identifica totalmente con il suo inviato
sofferente e "perseguitato per la giustizia" (cf. Mt 5,10; 10,17-18).
Ma la parabola va certamente oltre. Gesù stesso si è chinato sui poveri e i sofferenti perché vedeva in essi
dei discepoli in speranza e dei piccoli in crescita. Così l’apparente indeterminazione dell’espressione "questi
miei fratelli più piccoli" vuol certamente designare tutti i bisognosi di amore concreto e fattivo, ossia tutti.
Il messaggio di questo brano può essere riassunto in due parole: Dio nel fratello. I "benedetti" ricevono il
regno perché hanno praticato la misericordia. Le opere di misericordia sono la porta che introduce
nell’eternità. Il vangelo annuncia che la misericordia è sempre praticata nei confronti di Cristo.
Poiché la misericordia è il criterio del giudizio, il testo diventa un imperativo pressante rivolto a tutti perché
pratichino la misericordia. Il brano vuole incitare all’azione.
Per i cristiani la misericordia praticata o rifiutata è la prova certa della loro fede. A tutti Gesù ripete il detto di
Os 6,6: "Misericordia io voglio e non sacrificio" (cf. Mt 9,13; 12,7).
La beatitudine dei misericordiosi che otterranno misericordia costituisce un commento alla prima parte di
questo brano. La parabola del servo senza misericordia (cf. Mt 18,21ss) può illustrare la parte negativa di
questo brano.
Il giudizio di tutti avviene sulla base delle opere di misericordia. La fraternità è il senso per il quale è stato
creato il mondo. Il mondo è salvo quando cerca e vive la fraternità. Solo chi comprende le esigenze del
prossimo, comprende le esigenze di Gesù.
La comunione umana, in particolare la comunione con i più bisognosi, ha un senso divino che la rimanda al
di là di se stessa. Gli uomini e le donne sono immagini viventi del Dio della vita. San Clemente d’Alessandria
ha scritto: "Quando vedi il tuo fratello, vedi il tuo Dio".
E’ l’uomo che decide liberamente per la vita eterna o per il fuoco eterno. Questa decisione non è fatta a
parole, ma con le opere di misericordia verso Cristo che si identifica con i bisognosi. E’ nella vita presente
che decidiamo per Cristo o contro Cristo. E questa scelta si manifesta nell’amore operoso per il prossimo o
nel rifiuto della nostra misericordia verso i miseri.
C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e discepoli di Cristo: quella delle buone opere.
1Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: 2"Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il
Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso".
3Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si
chiamava Caifa, 4e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. 5Ma dicevano: "Non
durante la festa, perché non avvengano tumulti fra il popolo".
6Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7gli si avvicinò una donna con un vaso di
alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8I discepoli
vedendo ciò si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? 9Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo
ai poveri!". 10Ma Gesù, accortosene, disse loro: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto
un’azione buona verso di me. 11I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.
12Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13In verità vi dico: dovunque
sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei".
L’attività pubblica di Gesù è conclusa. Ciò viene annunciato ai discepoli in forma solenne. Perciò il verbo del
testo originale greco oídate non va tradotto con l’indicativo "voi sapete", ma con l’imperativo "sappiate". Ciò
che devono sapere non è semplicemente che è vicina la Pasqua, ma che si tratta di una Pasqua particolare
nella quale Gesù è consegnato dal Padre per essere crocifisso. La Pasqua assume un senso nuovo.
Gesù non si presenta come "Servo di Jahvè" che va verso la morte e la sconfitta, ma come "Figlio dell’uomo"
che è il plenipotenziario di Dio (Dn 7,13-14) e come il Cristo risorto e glorioso (Mt 26,64). Gesù non è stato
vinto da nessuno, al contrario ha valorizzato e inserito nel progetto di salvezza del Padre amici e avversari.
La croce rappresenta una sconfitta e un’umiliazione se è imposta dagli altri, non quando è voluta dal Padre e
scelta liberamente dal Figlio. Gesù muore vittima del suo amore per il Padre e per l’umanità, non come
vittima della collera del Padre assetato di sangue versato come riparazione delle offese fatte al suo onore e
dei suoi diritti lesi.
All’inizio del racconto della passione Matteo presenta una combinazione della volontà di Gesù di compiere il
proprio cammino e della volontà dei capi giudei di eliminarlo. Si intrecciano l’elemento divino e l’elemento
umano, la conduzione divina e la colpa umana. Gesù è pronto a compiere la sua Pasqua.
I sommi sacerdoti e gli anziani del popolo rappresentano il potere religioso, politico e economico. A loro
Marco 14,1 aggiunge gli scribi, che rappresentano il potere culturale, a loro servizio. La brama di avere, di
potere e di apparire sono le tre maschere del male del mondo, che sono in ciascuno di noi. La loro violenza
sarà portata su di sé da Gesù, che non possiede nulla e non domina nessuno, ma dà tutto e libera tutti.
Questi capi del popolo vogliono impadronirsi di Gesù. Impadronirsi è la radice del male. La vita è dono:
impadronirsi è ucciderla. In questa Pasqua, mentre noi mettiamo le mani su Gesù e gli rubiamo la vita, lui si
mette nelle nostre mani e ce la consegna (Mt 26,26-27).
La scena dell’unzione si svolge a Betania (che significa "casa della povertà"). Una donna ci introduce nella
Passione e il suo gesto viene interpretato da Gesù stesso come un’anticipazione della sua sepoltura (v. 12).
In quest’ultima sezione del vangelo le donne hanno un’importanza molto rilevante: sono presenti alla
sepoltura di Gesù (27,55-56.61) e ricevono da lui la missione di annunciare ai discepoli la sua risurrezione
(28,5-10). Matteo ci presenta i discepoli che si sdegnano per il gesto compiuto dalla donna (Mc 14,4 parla di
"alcuni"; Gv 12,4 dice semplicemente che è Giuda). Mosè chiedeva a Israele che non vi fossero più poveri in
mezzo ad esso (Dt 15,4), pur prevedendo che essi non sarebbero mai scomparsi dal paese e che ci sarebbe
sempre stato bisogno di soccorrerli (Dt 15,11). Gesù vuole mostrare tutto il senso di queste parole nella
situazione concreta della sua persona. Egli approva il gesto della donna verso di lui, il povero che va verso
la povertà totale che è la morte. Ma i discepoli sono più attenti al denaro che a Cristo e ai poveri. Essi
pensano al comprare e al vendere. Sono ancora nell’economia del possesso, non in quella del dono. La
domanda: "Perché questo spreco?" è la stessa che ci facciamo tutti davanti alla croce. Chi non accetta
questo spreco, non capisce il Vangelo. L’amore è spreco, gratuito e totale, fino al dono totale di sé. Dio è
amore. Questo spreco è la rivelazione di Dio nella sua essenza, e la realizzazione piena dell’uomo a sua
immagine e somiglianza. La via più diretta verso i poveri passa attraverso Gesù perché, incontrando lui,
ognuno è rinviato ai poveri con i quali Cristo si identifica. L’azione caritativa, la giustizia economica e politica
devono essere accoglienza autentica del povero che è Gesù e dei suoi criteri di valutazione. Spesso in
nome dei poveri si riempiono le tasche i ricchi, dentro e fuori della comunità cristiana.
14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: "Quanto mi volete
dare perché io ve lo consegni?". E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. 16 Da quel momento cercava
l'occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che ti prepariamo,
per mangiare la Pasqua?". 18 Ed egli rispose: "Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire:
Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli". 19 I discepoli fecero come aveva loro
ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: "In verità io vi dico, uno di voi
mi tradirà". 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: "Sono forse io,
Signore?". 23 Ed egli rispose: "Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio
dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe
meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!". 25 Giuda, il traditore, disse: "Rabbì, sono forse io?". Gli
rispose: "Tu l'hai detto".
Giuda, non avendo potuto intascare i soldi del prezzo dell’unguento (Mt 26,8-9), ha rimediato alla meglio
vendendo Gesù al prezzo di uno schiavo (cfr Es 21,32): trenta denari. Pessimo commerciante!
"L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tim 6,10).
L’indeterminatezza dell’indicazione: "Andate in città, da un tale…" (v. 18) è voluta certamente da Gesù per
non fornire indicazioni al traditore prima del tempo stabilito.
E’ anzitutto nella comunità dei discepoli che si gioca la passione di Gesù: è là che viene "consegnato" e che
egli "consegna" se stesso, donando il suo corpo e il suo sangue.
All’annuncio del tradimento da parte di uno di loro, i discepoli si addolorano profondamente. Ognuno è
toccato da questo annuncio perché ognuno si sente capace di tradire, come lo evidenzia la loro domanda:
"Sono forse io, Signore?" (v. 22) ripresa come eco da Giuda con una variante significativa: "Rabbì, sono
forse io? (v. 25). Per gli undici discepoli Gesù è il Signore, per Giuda è un semplice maestro di dottrina.
A Giuda Gesù risponde come risponderà al sommo sacerdote (v. 64) e al governatore Pilato (27,11): "Tu
l’hai detto" (v. 25). E’ l’uomo infatti che giudica se stesso attraverso il suo rapporto con il Cristo: "Poiché in
base alle tue parole sarai giudicato e in base alle tue parole sarai condannato" (Mt 12,37).
La lamentazione di Gesù su Giuda (v. 24) non è una profezia sulla dannazione finale del traditore, ma un
invito a ciascuno a esaminare la propria coscienza. "Noi tutti, così come siamo, potremmo inserire nel
vangelo il nostro nome al posto di quello di Giuda" (J. Green).
26Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai
discepoli dicendo: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". 27Poi prese il calice e, dopo aver reso
grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, 28perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per
molti, in remissione dei peccati. 29Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno
in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio".
30E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
A questa comunità di traditori Gesù consegna se stesso in un atto supremo d’amore: dà loro il suo corpo
come cibo e il suo sangue come bevanda. Questa cena è l’ultimo pasto terreno di Gesù con i Dodici, nel
vangelo di Matteo. Al termine della cena dà loro appuntamento per il banchetto eterno nel regno del Padre
suo (v. 29).
Gesù compie una variante al rito ebraico e accompagna il gesto con parole diverse da quelle abituali,
dicendo: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". Non si tratta di una partecipazione facoltativa, ma
obbligatoria. In questa cena, come nella cena pasquale ebraica, non si può rimanere semplici spettatori, ma
occorre sentirsi direttamente coinvolti. ‘Mangiare la pasqua’ è fare proprio il messaggio e il programma di
liberazione che essa commemora. Coloro che vi prendono parte non assistono al racconto della liberazione
dei padri, ma vedono realizzarsi la propria. R. Gamaliel illustrava il senso della cena giudaica con queste
parole: "In ogni generazione l’uomo è obbligato a considerare se stesso come se fosse tratto dall’Egitto,
perciò è detto: E’ a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto (Es 13,8).
Perciò siamo obbligati a ringraziare, a lodare colui che ai nostri padri e a noi ha fatto queste meraviglie, colui
che dalla schiavitù ci ha tratti alla libertà, dai dispiaceri alla gioia, dalla mestizia alla festa, dal buio a una
grande luce e dalla schiavitù alla liberazione, perciò intoniamo davanti a lui: allelujah".
Il pane spezzato che Gesù offre simboleggia il suo corpo lasciato lacerare dai suoi nemici per non aver
voluto recedere dalla volontà del Padre. Cibarsene significa fare propria la causa per cui moriva, spezzare
come lui la propria vita per il bene di tutti.
La cena pasquale si concludeva riempiendo un’ultima coppa di vino su cui si pronunciavano le parole di rito.
Anche in questo caso Gesù le sostituisce con una sua formula: "Bevetene tutti, perché questo è il mio
sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati". Anche qui troviamo un comando parallelo
a quello ricordato a proposito del pane: "Bevetene tutti". Il vino che Gesù presenta richiama il sangue che
avrebbe versato sulla croce. Se i discepoli ricevono il comando di berne vuol dire che devono essere capaci
di versare il proprio sangue per lo stesso scopo.
Il comando di mangiare e di bere comporta la partecipazione a una cena in cui i convitati sono messi a
confronto con l’esperienza della morte in croce di Gesù non per appropriarsene semplicemente i frutti di
salvezza, ma per misurarsi con il suo coraggio, con la sua carica di amore per gli altri. Gesù non ha dato un
pezzo di pane agli uomini ma tutto se stesso, la sua vita, e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto.
La frase "sangue dell’alleanza" richiama le parole con cui Mosè accompagnava l’aspersione dell’altare e dei
dodici cippi mediante il sangue delle vittime immolate per sancire il patto con Dio: "Ecco il sangue
dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi" (Es 24,8). Invece che il sangue dei capri e dei giovenchi il
nuovo patto (cf. Ger 31,31) è stato concluso col sangue di Cristo, per mezzo del quale gli uomini hanno
riacquistato l’amicizia con Dio. L’accenno alle "moltitudini" ricorda l’azione del Servo di Dio che dà la vita per
tutti.
Il patto nel sangue di Cristo supera e sostituisce il patto antico perché è universale. Infatti l’espressione "per
molti" equivale a "per tutti", all’universalità dei popoli. La partecipazione alla cena eucaristica conferisce ai
partecipanti la comunione personale con il Cristo, li accoglie nel suo patto stipulato nella sua morte e
consente loro di godere i frutti di salvezza, tra i quali è ricordata anzitutto la remissione dei peccati. Il
cristiano ha pace nel perdono di Dio quando per lui il passato non è il ricordo di quanto ha peccato, ma di
quanto gli è stato perdonato.
La prospettiva escatologica, ultraterrena, è fornita soprattutto dalle parole: "Io vi dico che da ora non berrò
più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" in cui si
esprime la personale speranza nel futuro e la certezza della risurrezione di Gesù. Egli annuncia che questo
è l’ultimo pasto che consuma con i suoi discepoli, ma che attende il banchetto del tempo della salvezza, al
quale egli stesso prenderà parte di nuovo insieme con i discepoli presenti. In quanto Figlio, egli attende il
compimento nel regno del Padre suo. La cena eucaristica è orientata a questo banchetto eterno e lo
anticipa; la comunione che nella pasqua attuale unisce i discepoli a Gesù, raggiungerà la sua forma
definitiva quando egli sederà di nuovo, e per sempre, a mensa con loro.
Il canto di lode conclusivo era costituito, in occasione della cena pasquale, dalla recita del piccolo Hallel che
constava del salmo 114 o dei salmi 115-118.
31Allora Gesù disse loro: "Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti:
Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, 32ma dopo la mia risurrezione, vi precederò
in Galilea". 33E Pietro gli disse: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai". 34Gli
disse Gesù: "In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte". 35E Pietro
gli rispose: "Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò". Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.
La comunità dei discepoli non può vivere senza la presenza di Gesù in essa : "Sta scritto: Percuoterò il
pastore e saranno disperse le pecore del gregge" (v. 31). Ma questa comunità deve fare l’esperienza dello
scandalo (vv. 31-33), del rinnegamento (vv. 34-35), del tradimento (vv. 46.48), della dispersione (vv. 31.56),
per comprendere che è solo Gesù che la raduna. Tutti i discepoli passeranno attraverso questa esperienza,
compreso Pietro (v. 34). Tutto ciò che accade (vv. 54.56) è in rapporto con la volontà del Padre e Gesù
chiede, come ci ha insegnato nel Padre nostro (6,10), che accada (v. 42). Matteo mette in risalto (vv. 54.56)
l’adempimento delle Scritture, avviato nel v. 31 con la citazione di Zc 13,7.
Gesù si è preoccupato di avvertire i suoi che erano coinvolti nel suo destino. Non si tratta più della defezione
di uno, ma di "tutti". Sono i suoi discepoli più intimi, i suoi fedelissimi che l’abbandonano. Essi si vergognano
di essere stati con lui e di aver creduto alle sue parole. Egli è un messia che non ha convinto neanche i suoi
amici e che non avrebbe riscosso molta credibilità neppure nei secoli futuri. L’espressione di Gesù: "In verità
ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte" (v. 34) sottolinea il rinnegamento
totale che Pietro farà di Cristo. Ma Pietro non è Giuda. E’ sincero col Signore e le sue ripetute parole di
fedeltà sono convinte, ma egli non conosce se stesso quanto lo conosce Gesù. Prevede la possibilità del
martirio e crede di essere capace di affrontarlo con le proprie forze. Ma la forza del martirio scaturisce solo
da Dio. Il coro dei discepoli concorda nell’esprimere questa errata fiducia in sé. Lutero commenta così
questo episodio: "Vedete dunque come i discepoli si pongono a nostro esempio. Essi continuano a insistere
nelle loro opere buone… Avevano intenzione di aiutare il Signore debole e di assisterlo… Questa
presunzione è insita in noi per natura… Ciascuno confida nella propria passione".
La comunità apostolica si ricomporrà dopo la morte di Cristo. Gesù dà ai suoi un nuovo appuntamento
terrestre (v. 32), dopo quello che aveva dato loro nel regno del Padre (v. 29). Il Signore risorto tornerà in
Galilea, sui luoghi del suo ministero pubblico, come per convalidare con la sua nuova presenza la sua
precedente predicazione. Dopo lo smarrimento provocato dal dramma del Calvario i discepoli hanno
ritrovato Cristo e il suo messaggio in questo ritiro in Galilea.
36Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io
vado là a pregare". 37E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
38Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". 39E avanzatosi un poco, si
prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però
non come voglio io, ma come vuoi tu!". 40Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro:
"Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? 41Vegliate e pregate, per non cadere in
tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". 42E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre
mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". 43E tornato di
nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. 44E lasciatili, si allontanò di
nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro:
"Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai
peccatori. 46Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina".
Gesù raggiunge il Getsemani che è un podere sul monte degli Ulivi. La probabile derivazione del termine,
che significa torchio per l’olio, rimanda alle piantagioni di ulivi esistenti a quel tempo. Il Cristo che si avvia
verso la sofferenza non è presentato come un eroe: un falso eroismo è del tutto estraneo alla passione di
Cristo. Manca pure l’immagine del martire gioioso, quale si può trovare nella letteratura giudaica (Giuseppe
Flavio: Guerra giudaica 1,653; 2,153; 7,418; Antichità giudaiche 17,169; 18,23; ecc.). Gesù nella sua
sofferenza si dimostra umano.
Non è detto ancora quale sia per Gesù il motivo di questa tristezza mortale. Egli comanda ai discepoli di
restare e di pregare con lui. Gesù è presentato come modello dei cristiani. Egli prega e vigila
incessantemente, comprende il proprio destino e lo accetta in obbedienza al Padre. Con la preghiera si
immedesima con la volontà del Padre. I discepoli devono vivere in comunione con lui anche in quest’ora di
prova. La loro debolezza non viene nascosta, ma ci è presentata come insegnamento: i cristiani vengono
meno al Vangelo perché non vigilano e non pregano! La comunione di Gesù con i discepoli, destinata a
realizzarsi compiutamente in una comunione eterna (v. 29), deve dare buona prova di sé prima nella
comunione della sofferenza. Gesù è il modello. Il suo cammino è anche il cammino del discepolo.
La volontà del Padre non è alienante, ma esige che andiamo fino in fondo a noi stessi, che realizziamo
totalmente la nostra vocazione. Anche il discepolo potrà dire: "Padre sia fatta la tua volontà" se sarà disposto
a lasciarsi condurre, attraverso l’abisso dell’angoscia e della tristezza, là dove la volontà del Padre ha
condotto Gesù.
S. Kierkegaard ha scritto: "Se si toglie il terrore all’eternità, la sequela di Cristo diventa in fondo una
fantasticheria. Infatti soltanto questa serietà dell’eternità può impegnare e anche indurre l’uomo a osare e ad
assumersi la sua responsabilità con tanta decisione da passare all’azione". In un altro passo Kierkegaard
afferma che la sequela non può essere comandata, ma sorge dalla comprensione di ciò che Cristo ha fatto
"per me". Il Cristo che ha paura è un sì alla vita, perché egli dimostra che il destino di morte va contro la
destinazione e la volontà di vita dell’uomo. Il destino di morte è strettamente collegato con il peccato che
Gesù prende su di sé.
47 Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni,
mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48 Il traditore aveva dato loro questo segnale
dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!". 49 E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo
baciò. 50 E Gesù gli disse: "Amico, per questo sei qui!". Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a
Gesù e lo arrestarono. 51 Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e
colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.
52 Allora Gesù gli disse: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada
periranno di spada. 53 Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici
legioni di angeli? 54 Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?". 55 In
quello stesso momento Gesù disse alla folla: "Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per
catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. 56 Ma tutto questo è
avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.
In questa circostanza i discepoli fanno qualcosa, ma qualcosa di sbagliato. A chi vuole usare la violenza
Gesù comanda di desistere. Nell’Antico Testamento Dio aveva detto: "Della vita dell’uomo chiedo conto a
ciascuno dei suoi fratelli. Chi versa sangue umano, il suo sangue sarà sparso dall’uomo. Poiché ad
immagine di Dio egli ha fatto l’uomo" (Gen 9,5-6). Nel Nuovo Testamento Gesù ha insegnato: "Avete inteso
che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti
percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica,
tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne due con lui. Da’ a chi ti domanda
e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle" (Mt 5,38-42).
Gesù è indifeso solo perché rinuncia volontariamente alla sua potenza (più di dodici legioni di angeli!). La
comunità cristiana respinge la guerra come strumento per far trionfare la causa di Dio, anche se avesse i
mezzi. Essa è pronta piuttosto a sopportare umiliazioni e condanne a morte, come ha detto e ha fatto Gesù.
Il richiamo alle "più di dodici legioni di angeli" (v. 53) che Gesù potrebbe chiedere al Padre, ci conferma la
scelta di Gesù che rifiuta risolutamente i falsi messianismi, come all’inizio del suo ministero: rifiuta la spada
degli zeloti e le armate celesti escatologiche dei qumraniani, come aveva rifiutato di apparire sul sagrato del
tempio portato dagli angeli (4,6-7). Per entrare nel regno del Padre occorre passare attraverso la realtà della
morte (cf. Lc 24,46). Gesù si lascia arrestare e tutti i discepoli lo abbandonano e fuggono: in una radicale
solitudine, la sua libertà può comunicare con la volontà del Padre.
Merita un’attenzione particolare il messaggio di pace di questo brano. Rinunciando a difendersi Gesù
interrompe la progressione della violenza, mettendo in pratica egli stesso il comandamento che aveva dato a
noi: "Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra"
(Mt 5,39). Normalmente la violenza genera controviolenza, e così di seguito, fino a quando la catastrofe
diventa inevitabile. L’interruzione della violenza vuol far cambiare idea all’avversario e indurlo alla
riconciliazione. Ma l’esempio di Gesù dimostra che spesso l’avversario non cambia idea e che i non violenti
devono fare i conti con la possibilità di soccombere.
Ci libera dal male non chi lo fa, ma chi lo prende su di sé e lo porta via senza farlo.
57Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si
erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo
sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
59I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a
morte; 60ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. 61Finalmente se
ne presentarono due, che affermarono: "Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo
in tre giorni". 62Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro
contro di te?". 63Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente,
perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio". 64"Tu l’hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d’ora
innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo".
65Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno
di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66che ve ne pare?". E quelli risposero: "È reo di morte!".
67Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, 68dicendo: "Indovina, Cristo! Chi è
che ti ha percosso?".
69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: "Anche tu eri con Gesù,
il Galileo!". 70Ed egli negò davanti a tutti: "Non capisco che cosa tu voglia dire". 71Mentre usciva verso l’atrio,
lo vide un’altra serva e disse ai presenti: "Costui era con Gesù, il Nazareno". 72Ma egli negò di nuovo
giurando: "Non conosco quell’uomo". 73Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: "Certo
anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!". 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco
quell’uomo!". E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: "Prima che il gallo
canti, mi rinnegherai tre volte". E uscito all’aperto, pianse amaramente.
"I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a
morte" (v. 59): lo volevano morto ad ogni costo! "Gesù taceva" (v. 63). Si adempiva la profezia di Isaia 53,7:
"malmenato, si lasciò umiliare, e non aprì la sua bocca". Ma quando il sommo sacerdote prende Dio per
testimone e scongiura Gesù di rivelare la sua identità di "Cristo, il Figlio di Dio", egli risponde come a Giuda:
"Tu l’hai detto" (v. 64). È una risposta evasiva che rinvia il sommo sacerdote alla sua coscienza. E aggiunge:
"D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo" (v. 64).
Mettendo insieme il primo verso del Sal 110 e Dn 7,13, Gesù afferma la sua divinità in modo tale che il
sommo sacerdote grida: "Ha bestemmiato!" (v. 65). Gli sputi, gli schiaffi, le bastonature e le umiliazioni che
Gesù subisce per aver dichiarato la verità ci richiamano la profezia del Servo di Dio sofferente: "Ho
presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi" (Is 50,6); "Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo" (Is 53,8).
Pietro, che a Cesarea di Filippo aveva riconosciuto in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente (16,16), non
riconosce più quest’uomo. Per tre volte nega. Notiamo il crescendo. La prima volta nega davanti a tutti e
dice: "Non capisco che cosa tu voglia dire" (v. 70). La seconda nega di nuovo giurando: "Non conosco
quell’uomo" (v. 72). La terza impreca e giura: "Non conosco quell’uomo!" (v. 74). Gesù testimonia la sua
identità fino alle estreme conseguenze, Pietro nega di conoscere non solo la sua identità di Cristo, Figlio del
Dio vivente, ma anche di semplice uomo: "Non conosco quell’uomo". Gesù aveva detto: "Chi mi rinnegherà
davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli" (10,33). Ma il rinnegamento di
Pietro non è definitivo. Lascia l’occasione del peccato "uscendo fuori" (v. 75) e manifesta il suo stato d’animo
(pentimento, delusione, umiliazione... forse anche rabbia) con il solo linguaggio che dice tutto senza
specificare nulla: il pianto.
Questo brano ci presenta il fallimento dell’uomo e la grazia di Dio. La caduta di Pietro non è fortuita. E’
"necessaria" alla sua salvezza: deve morire alla sua giustizia di uomo per vivere della giustificazione di Dio.
Se non avesse rinnegato il Signore, avrebbe potuto pensare che il Signore è fedele perché lui gli è fedele:
non avrebbe conosciuto la fedeltà di Dio senza limiti. Se fosse morto per Cristo, avrebbe sempre pensato
che la salvezza è sacrificare la vita, e non riceverla in dono da un Dio che ama e dona la vita per lui. Gli
resterebbe ancora nascosto il mistero profondo di Dio e dell’uomo: Dio è amore senza limite, e l’uomo è
infinitamente amato da lui.
In Pietro avviene il difficile passaggio dalla Legge al Vangelo: Muore in lui l’uomo religioso che cerca la
propria perfezione, fino al sacrificio supremo di sé; e nasce l’uomo nuovo, che vive dell’amore del suo
Signore che muore per lui peccatore. Questa è la buona notizia: siamo salvati per grazia. La salvezza infatti
è l’amore; e l’amore o è gratuito o non è amore.
17:20 Scritto da: meneziade in VANGELI CANONICI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: vangelo, gesù, cristo, matteo, canonici, bibbia cattolicesimo, cristianesimo, dio, religione | OKNOtizie |
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