15/02/2012
infinitamente grande
Ho pianto, hai ascoltato,
ho chiamato, hai risposto,
ho invocato,
e ho sentito che ci sei.
Ma dove sei?
E’ difficile credere
al luogo indefinito
ove si vuole che tu sia.
Eppure, non è vita,
la vita senza la speranza,
non ha senso
la morte senza una ragione.
Mi restano i principi,
le idee, le parole d’amore,
ed il tuo esempio
di vita e di morte,
infinitamente grande.
20:27
Scritto da: meneziade
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09/01/2012
SULLA SINDONE
Esaminerò aspetti meno studiati, ma non per questo marginali, sul
rapporto tra la Sindone come manufatto e il giudaismo contemporaneo
a Gesù. Nello specifico, illustrerò brevemente i tessuti ritrovati a
Masada, le sindoni funebri ebraiche scoperte in scavi archeologici
controllati e che risalgono ai secoli I a.C. e I d.C., il presunto
uso di seppellire i defunti con monete sugli occhi, l'archeologia
della crocifissione e, infine, la lunghezza del cubito ebraico.
Tutti questi argomenti, in un modo o nell'altro, sono stati
associati alla reliquia torinese per sostenerne l'autenticità.
Tessuti rinvenuti a Masada(dal volume Masada IV)Masada è una
fortezza ricavata da una montagna rocciosa posta sul versante
occidentale del Mar Morto. Giuseppe Flavio scrive che fu costruita
dal sommo sacerdote Gionata verso l'80 a.C. (Guerre giudaiche VIII,
285). Erode il Grande la utilizzò per nascondersi dopo una sconfitta
nel 40 a.C. (Antichità giudaiche XIV, 280-303). Qualche anno dopo,
modificò la struttura e vi costruì una nuova fortezza (Guerre
giudaiche VII, 280-300). È sempre Giuseppe Flavio a raccontare che
all'inizio della Prima Rivolta Giudaica, nel 66 d.C., il luogo era
una guarnigione romana. Ma gli zeloti se ne impossessarono: furono
sconfitti definitivamente dall'esercito imperiale il 2 maggio del 73
(Guerre giudaiche II, 408). Tutti gli storici sono concordi nel
ridimensionare la testimonianza di Giuseppe Flavio, il quale scrisse
che 900 ebrei si suicidarono piuttosto che cadere prigionieri dei
romani.[1] Le ricerche archeologiche, tuttavia, hanno mostrato la
presenza solo di una trentina di scheletri, molti dei quali sepolti
in una fossa comune con ossa di maiale. Questo particolare e altri
dettagli paleoantropologici hanno portato gli specialisti ad
affermare che il luogo diventato simbolo del nazionalismo israeliano
non contenesse la sepoltura di ebrei.[2]
Masada viene tirata in ballo da Mechthild Flury-Lemberg in un
articolo uscito in tedesco nel 2000[3] e in traduzione inglese
l'anno dopo. Ipotizza che alcuni tessuti e relative cuciture
mostrino somiglianze con il lino sindonico. A partire da questo
articolo, tutti i sindonologi hanno citato la Flury-Lemberg senza,
probabilmente, aver verificato la fonte delle sue citazioni: il
volume Masada IV[4].
Partiamo dal lino catalogato nel libro, perché di lino è fatta la
Sindone. Alle pagine 220-223 vengono presentati due frammenti. La
numerazione dei reperti è 121(Y) e 109(Z). Questa la descrizione
tecnica: 121(Y) linen, undyed, fine knotted net. Thread S-spin;
109(Z) linen, undyed, fragment of a sock in knotless netting. Thread
S-spin. In breve, i due lini di Masada, rispettivamente, una retina
per capelli e un calzino, entrambi con filatura a 'S' non hanno
nulla da spartire con il lenzuolo funebre con filatura a 'Z'.
Dettaglio di cucitura sulla SindoneLa Flury-Lemberg non ha citato,
quindi, il lino di Masada perché non c'è alcun parallelismo con la
reliquia torinese. Diamo un'occhiata, allora, a cosa ha scritto nel
suo articolo in tedesco (p. 22): «Intanto è provata l'esistenza
della trama 3:1 dai tessuti di Krokodilo così come la tecnica
speciale di cucitura dell'orlo al tempo della nascita di Cristo dai
tessuti di Masada. Il ritrovamento sepolcrale di Masada in Israele
ha portato una notevole quantità di frammenti tessili che... sono
stati studiati».[5]
Poi, cita una nota che vedremo in seguito. Ma già questo paragrafo
presenta dei dati parziali e scorretti. La tessitura 3:1 a spina di
pesce è stata rinvenuta in sete cinesi e in lane a Palmira databili
al 2500 a.C. E, soprattutto, a Masada non ci sono tessuti
sepolcrali. Zero. Nemmeno uno. Tutti i tessuti analizzati e
catalogati lo sono come vestiti, mantelli, scialli, tuniche, calzini
o reti per capelli. Nessuno di questi è stato rinvenuto nella fossa
comune con gli scheletri, che con molta probabilità erano romani
insediati nella locale guarnigione successiva alla Prima Rivolta e
non giudei.
Alla fine di quel paragrafo che ho tradotto sopra viene citata la
nota 3. A p. 32 si legge: Masada IV, pp. 210-211, figg. 111-113, p.
169, fig. 16. Ho controllato il volume per verificare quali siano
queste somiglianze con la Sindone. Immaginate un po'? Nessuna. Non
capisco proprio perché la Flury-Lemberg abbia citato quelle pagine.
La figura 111 di p. 210 riporta questa descrizione: Wool, red,
balanced 2:2 broken diamond twill. Some edges seem deliberately
torn. Dyed with madder. Cosa c'entra con la Sindone che è un 3:1
herringbone twill? Niente. E anche l'illustrazione 113 di pag. 211
non ha nulla a che fare con il lino. La sua descrizione è nella
pagina precedente: wool, 1:1 diamond twill. E queste sarebbero le
somiglianze? A me è sembrata una citazione un po' maligna: riferita
ad un libro stampato in Israele, fuori commercio e difficilmente
reperibile. Ma il bello deve ancora venire.
A p. 34 la Flury-Lemberg presenta la foto di un dettaglio di
cucitura della Sindone e dice che un'analoga cucitura, di cui mostra
uno schema disegnato, è stata trovata a Masada. I sindonologi ne
approfittano per sostenere che la cucitura sulla Sindone è una prova
della sua antichità. Ma a Masada sono stati riscontrati molti e
diversi tipi di cucitura, che non sono esclusivi né del luogo né
dell'epoca, e non c'è niente di strano se uno di questi è anche
stato usato nel Medioevo per la Sindone. Non ci si aspetta che siano
stati inventati tanti nuovi metodi di cucitura nei secoli intercorsi
fra l'antichità e il basso Medioevo.
Un secondo argomento interessante riguarda i sepolcri ebraici
dell'epoca di Gesù. In questi anni, mi sono sempre chiesto se non ci
fossero sindoni funebri giudaiche scoperte in scavi archeologici
controllati, che potessero essere paragonate al lino torinese. Il
fatto che nei libri dei sindonologi non venissero mai citate, mi
aveva molto insospettito. E, se si eccettuano alcune frasi molto
sommarie sulla sindone di Akeldama, il silenzio è stato pressoché
totale. Tuttavia, i ritrovamenti sono stati numerosi. E anche sul
telo di Akeldama non venivano forniti dettagli.[6] Come mai? La
risposta è presto data.
Lo studio tecnico più completo della sindone funebre di Akeldama è
quello di Orit Shamir.[7] curatrice dei tessuti antichi presso
l'Israel Antiquities Authority a Gerusalemme. La scoperta fu merito
di Shimon Gibson e James Tabor.[8] Questo telo, anche se molto
frammentario, rappresenta l'unica sindone funebre del Secondo Tempio
mai scoperta a Gerusalemme. Il tessuto è stato datato nel
laboratorio di Tucson, in Arizona, lo stesso che sottopose la
Sindone al C14 nel 1988. Il risultato fu 50 a.C.-70 d.C. Si tratta,
quindi, di un reale telo sepolcrale gerosolimitano contemporaneo a
Gesù. Vista l'unicità della scoperta, il suo valore come parallelo
per il lino sindonico è fondamentale.
Partiamo dal come il cadavere fu sepolto.
In base alla posizione delle ossa e dei frammenti di tessuto, la
ricostruzione della sepoltura mostra una tecnica diversa rispetto a
quanto si vede sulla Sindone. Le braccia erano allungate lungo il
tronco, il cadavere avvolto strettamente e collo, polsi e caviglie
fermate con ulteriori bendaggi. Il tessuto era di lana (la Sindone è
di lino), la trama composta da una semplice struttura 1:1 (la
Sindone è a spina di pesce 3:1), la filatura è a 'S' (la Sindone è a
'Z'). Si può, quindi, facilmente intuire il perché l'unica vera
sindone funebre giudaica del tempo di Gesù scoperta a Gerusalemme
non sia mai stata citata dai sindonologi: i due teli non hanno
nulla, ma proprio nulla in comune.
La sepoltura dell'uomo di Akeidama
© Fadi Amirah e Shimon Gibson; pubblicata per gentile concessione
dell'autoreMa quella di Akeldama non è l'unica sindone funebre.
Diversi frammenti sono stati rinvenuti a 'En Gedi[9], Qumran[10],
Gerico[11] e Khibert Qazone[12] solo per citare alcune scoperte.
Tutte datate con il C14 e tutte risultate essere più o meno
contemporanee a Gesù. Questi tessuti – sia quelli in lino che quelli
in lana – presentano semplici strutture 1:1 o 2:2. In alcuni casi,
il cadavere era avvolto in stuoie di paglia ('En Gedi). Due sono le
costanti: pluralità di teli e corde per completare le sepolture –
che confermano la buona conoscenza del giudaismo dell'autore del
vangelo di Giovanni (11,44 e 20,40) – e filatura dei tessuti a 'S'.
Quest'ultimo particolare è alquanto rilevante. Infatti, parecchi
sindonologi hanno detto e scritto che la filatura a 'Z' del lino
sindonico è tipica dell'area palestinese. In realtà, in una lunga
trattazione sulla provenienza dei tessuti di Masada si legge (p.
235): «I tessuti erano prodotti localmente oppure importati? I
manufatti tessili Masada fin qui studiati sono abbastanza vari,
specialmente se confrontati, ad esempio, con quelli provenienti
dalla Cava di Letters. Se si esaminano accuratamente i dettagli di
fabbricazione, emergono numerose significative differenze, in
particolare nella direzione della filatura. Poiché i metodi di
filatura in una qualunque località possono essere considerati
abituali e tradizionali, la direzione della filatura è un importante
indicatore dell'origine di un tessuto».[13]
Torcitura dell fibre a S e a ZQuindi fanno una suddivisione in
diverse tipologie, che derivano tutte da queste due macrocategorie:
«I) capi con filatura a S
II) capi con filatura a Z
Prove di diversa natura indicano che i tessuti del gruppo i), con
filatura ad S, sono prodotti localmente. [...] Ed è degno di nota il
fatto che tutti i manufatti tessili di lino sono ugualmente filati
ad S. I capi con tessitura a Z, caratteristici del gruppo ii),
costituiscono solo una piccola parte dei tessuti del periodo romano
rinvenuti in Israele e nei territori circostanti. I tessuti sono
sopravvissuti molto più raramente nelle regioni mediterranee
settentrionali, in Grecia e nella stessa Italia, ma, a giudicare dai
reperti ritrovati, in tali aree la norma era la filatura a Z».[14]
Questa la certezza scientifica. Nonostante – ne sono sicuro –
continueremo a leggere sui libri dei sindonologi, che la torcitura a
'Z' era tipica dell'area palestinese, la realtà archeologica dice
che S-spun textiles were locally (Israel) made, mentre in Greece and
Italy Z-spinning was the norm.
Una breve trattazione merita anche la questione delle cosiddette
monetine. Si tratterebbe di un gioco di chiaroscuri dell'immagine
fotografica della Sindone che, secondo alcuni, lascerebbe
intravedere lettere e figure di pochi millimetri di una moneta
coniata quando Ponzio Pilato era procuratore della Giudea. Si tratta
di un'argomentazione ai limiti del ridicolo che perfino alcuni
sindonologi respingono.
La citazione di riferimento sull'uso di monete per chiudere gli
occhi dei defunti, ripresa acriticamente da tutti i sindonologi, è
un articolo uscito oltre cento anni fa.[15] In esso, tuttavia, si
parlava dell'usanza moderna di chiudere gli occhi dei defunti tra
gli ebrei russi, citando come fonte il manoscritto medievale Zohar.
In nessun punto si faceva riferimento all'uso di monete. I
sindonologi di tutto il mondo, tuttavia, continuarono a citare
l'usanza inesistente di mettere monetine sulle palpebre dei defunti
all'epoca di Gesù. Dovettero intervenire i due maggiori archeologi
ebrei che avevano diretto decine di scavi in tombe del Secondo
Tempio, nonché autori di articoli e libri specialistici
sull'argomento. Mi riferisco a Levy Rahmani, direttore dell'Autorità
Israeliana per le Antichità. Rahmani scrisse che su un totale di
circa 3000 tombe studiate e risalenti all'epoca di Gesù le monete
erano poche decine. Ma, soprattutto, ribadì con estrema chiarezza
come non ci fosse alcuna pratica di chiudere gli occhi con monete o
altri oggetti[16]. Poi, la smentita arrivò anche da Rachel Hachlili
e Ann Killebrew: a Gerico era stata trovata una sola moneta in
corrispondenza della cavità orale di un teschio. Questo poteva
testimoniare come l'influsso dell'ellenismo – ben noto nell'uso
della lingua e nell'edilizia pubblica – potesse avere paganizzato il
giudaismo anche in alcuni riti di sepoltura. La moneta in bocca,
infatti, rappresentava l'obolo per Caronte.[17] Ma le precisazioni
formali di chi aveva scavato personalmente decine di tombe
contemporanee a Gesù non sarebbero bastate. Ancora oggi i
sindonologi continuano a citare una prassi ebraica inesistente.
La manipolazioni dei dati archeologici arriva a livelli impensabili
quando si affronta l'unica prova della crocifissione mai emersa da
uno scavo in Terra Santa. Mi riferisco all'uomo di Giv'at HaMivtar,
i cui resti con un chiodo ancora affisso al calcagno furono trovati
nel 1969 nella periferia di Gerusalemme. Nonostante gli studi
paleoantropologici sull'argomento abbiano chiarito con estrema
certezza che la posizione sulla croce di quell'uomo era
inconciliabile con quella della figura sindonica, nei suoi libri
Baima Bollone ha continuato a sostenere il contrario. Ma non solo: a
sostegno del suo dato incorretto, ha citato uno studio di Joe Zias
in cui si diceva proprio l'opposto. Ecco le parole esatte di Baima
Bollone:
«Si tratta di un maschio adulto dell'età di circa venticinque anni.
Il radio destro mostra una piccola scalfitura prodotta dall'azione
di un chiodo sull'avambraccio. La tibia e il perone sinistri
risultano fratturati. I due calcagni sono trapassati da un unico
chiodo di ferro della lunghezza di 17-18 cm».[18]
Ricostruzione del crocifisso YehohananIl professore torinese cita
la fonte delle sue informazioni. Non l'avesse mai fatto: si tratta
di un articolo di Joe Zias e James Charlesworth, Crocifissione:
archeologia, Gesù e i manoscritti del Mar Morto.[19] Ma i due hanno
scritto: la lunghezza del chiodo era di 11,5 cm e non 17-18 e ciò
significa che era anatomicamente impossibile fissare entrambi i
piedi con un solo chiodo; non c'era alcuna traccia di penetrazione
di chiodi nei polsi o avambracci, l'intaccatura presente non era di
origine traumatica ma dovuta ad un leggero sfregamento; le numerose
fratture dell'arto inferiore non erano da riferire ad una rottura
volontaria, ma piuttosto al tempo trascorso sulla croce. Insomma,
nessuna delle informazioni presentate da Baima Bollone corrisponde a
ciò che è stato scritto nell'articolo che lui stesso ha citato.
Inoltre, Zias e Charlesworth illustravano anche con un disegno la
posizione di quell'uomo in croce.
Tra l'altro, proprio in quel contributo i due autori dicono
chiaramente che la Sindone è un falso del XIV secolo (pp. 297-298).
L'ultima questione riguarda la lunghezza del cubito ebraico. Rebecca
Jackson, nell'ultimo documentario sulla Sindone andato in onda sulla
BBC2 e nel corso della trasmissione Porta a Porta su RAI 1 a Pasqua
2008, ha dichiarato che le misure della reliquia sono esattamente 2
cubiti per 8.[20] Un taglio di stoffa, quindi, che mostra con
certezza l'origine tessile giudaica. Vediamo nel dettaglio se
l'affermazione è corretta.
Le ultime misurazioni riferiscono che il telo è lungo 442 x 113
cm.[21] I primi israeliti utilizzavano misure di lunghezza che
convenzionalmente erano associate a parti del corpo: il pollice, il
palmo, il braccio, il piede e il passo. Poi, sotto l'influenza del
cubito egiziano – reale e comune – ma soprattutto di quelli
sumerico, babilonese e assiro, venne introdotto nel Regno di Giuda
l'«'ammah», unità di misura derivante, anche nell'etimologia,
direttamente dall'«ammatu'» accadico.
Anzitutto, occorre chiarire come il cubito fosse una misura
utilizzata nelle costruzioni pubbliche e, soprattutto,
nell'architettura religiosa. Nulla a che vedere, dunque, con i
tessuti che venivano tagliati non in cubiti, ma in spanne (tefah),
braccia (zeret) o dita (ezba').[22]
Se, per assurdo, considerassimo ugualmente il cubito citato dalla
Jackson ci accorgeremmo che i conti non tornano lo stesso. La sua
lunghezza è stata determinata grazie a citazioni bibliche
(Deuteronomio 3,11; 1 Samuele 17,4; Genesi 7,20; Ester 7,19;
Ezechiele 40,5 e 43,13; 2 Re 14,13; Neemia 3,13; Geremia 52,21; ) in
444 mm circa. Da ultimo, la scoperta del tunnel fatto costruire a
Gerusalemme dal re di Giuda, Ezechia, verso il 700 (il racconto è in
2 Re 20,20 e Cronache 32,30) ha portato alla luce anche una targa
che commemorava il completamento dell'opera. Scritta in
paleoebraico, l'iscrizione dice che la lunghezza della galleria era
di 1200 cubiti. Misurando in metri il tunnel si ottiene proprio
42-43 cm. per un cubito.
Ora, se raffrontiamo le misure avanzate dalla Jackson – 2 cubiti x 8
– otterremmo 84-88 cm x 336-352 cm.: per nulla combacianti, quindi,
con le misure della Sindone.
In conclusione, il giudaismo del tempo di Gesù non conosce alcun
artefatto o pratica funebre che possa in qualche modo provare
l'autenticità della reliquia torinese. Anzi, è vero proprio il
contrario. Risulta soprattutto come i dati reali e scientifici,
emersi da anni di scavi archeologici nella Palestina romana, sono
stati citati in modo parziale e molto spesso scorretto.
Antonio Lombatti
Note
1) Cohen S., "Masada: Literary Tradition, Archaeological Remains,
and the Credibility of Josephus", in Journal of Jewish Studies, 33
(1982), pp. 385-402.
2) Zias J., Gorski A., "Capturing a Beautiful Woman at Masada", in
Near Eastern Archaeology, 69 (2006), pp. 45-48.
3) Flury-Lemberg M., "Die Leinwand des Turiner Grabtuches zum
technischen Befund", in Scannerini S., Savarino P. (a cura di)
(2000), The Turin Shroud. Past, Present and Future, Torino: Effatà,
pp. 21-43.
4) Aviram J., Foester G., Netzer E. (a cura di) (1994), Masada IV.
Final Reports, Gerusalemme: Israel Exploration Society; nello
specifico si cita lo studio di A. Sheffer, H. Granger-Taylor,
Texiles from Masada, pp. 153-256; importanti, però, anche Z.C.
Koren, Analysis of the Masada Textile Dyes, pp. 257-264; O. Shamir,
Loomweights from Masada, pp. 265-288.
5) Inzwischen ist sowohl das Vorkommen der Gewebstruktur 3/1 Körper
durch Gewebefunde in Krokodilo als auch die spezielle Eigenart der
Webekantenbildung für die Zeit um Christi Geburt an der Gewebefunden
von Masada. Der Grabsfund von Masada in Israel förderte eine grosse
Menge an Gewebefragmenten zutage, die... bearbeiten wurden.
6) Ad esempio, Baima Bollone P. (2006), Il mistero della Sindone,
Torino: Priuli & Verlucca, p. 197, nota 3.
7) Shamir O., "Textiles from the First Century CE in Jerusalem", in
Ancient Textiles: Production, Crafts and Society (Millennialism and
Society) (2007), a cura di C. Gillis and Marie-Louise Nosch, Londra:
Oxbow Books.
8) Gibson S., Tabor J., Zissu B., "Jerusalem – Ben Hinnom Valley",
in Hadashot Arkheologiyot, 111 (2000), pp. 70-72, figure 138-139.
9) Hadas G., Nine Tombs of the Second Temple Period at 'En Gedi, e
Sheffer A., Textiles from Tomb 2 at 'En Gedi, in 'Atiqot, 24 (1994),
in ebraico. Un riassunto in inglese, invece, è stato fatto da O.
Shamir, "Shrouds and Other Textiles from Ein Gedi", in Hirschfeld Y.
(a cura di) Ein Gedi, Hecht Museum, Haifa 2006, pp. 57-60.
10) Crowfoot G.M., "The Linen Textiles", in Discoveries in the
Judean Desert. Qumran Cave I (1955), a cura di D. Barthélemy, J.T.
Milik, Oxford: Clarendon Press, pp. 18-38.
11) Hachlili R., "Changes in Burial Pratices in the Late Second
Temple Period: The Evidence from Jericho", in Graves and Burial
Practices in Israel in the Ancien Period (1994), a cura di I.
Singer, Gerusalemme: Israel Academy of Humanities, pp. 173-189 (in
ebraico).
12) Politis D., "The Rescue Excavations of the Cemetery at Khirbet
Qazone", in Annals of the Jordan Department of Antiquities, 42
(1996), pp. 611-614.
13) Were textiles locally made or imported? The Masada textiles so
far studied are relatively varied, especially for instance in
comparison with those from the Cave of Letters. When details of
construction are carefully examined a number of significant
differences emerge, in particular in spin direction. Because methods
of spinning in any given locality would have been customary and
traditional, spin direction is an important indicator of the
textile's place of origin.
14) I) items with S-spin;
II) items with Z-spin.
Evidence of various kinds points to the textiles of group i), with
S-spin, as having been locally made ... And it is notable that all
the linen textiles are also S-spun. Items with Z-spin, the
characteristic of group ii) have only ever formed a small proportion
of the textiles of the Roman period recovered in Israel and
neighbouring countries. Textiles have survived much more rarely in
the northern Mediterranean regions, in Greece and Italy itself, but
on the evidence that has been found, in these areas Z-spinning was
the norm.
15) Bender A.P., "Beliefs, Rites and Customs of the Jews, Connected
with Death, Burial and Mourning", in Jewish Quarterly Review, VI
(1894), 317 ss. e concluso nel volume successivo VII (1895), p. 259 ss.
16) "The Turin Shroud", in Biblical Archaeologist, 43 (1980), p. 197.
17) Hachlili R., Killebrew A., "Was the Coin-on-Eye Custom Jewish
Burial Practice in the Second Temple Period?", in Biblical
Archaeologist, 46 (1983), pp. 147-153.
18) Baima Bollone P. (1998), Sindone. La prova, Milano: Mondadori, p. 61.
19) In Gesù e la comunità di Qumran (1997), Casale Monferrato:
Piemme, pp. 287-302. Gli studi sul crocifisso di Giv'at HaMivtar
sono Kuhn H.W., "Zum Gekreuzigten von Giv'at HaMivtar", in
Zeitschrift für neutestamentliche Wissenshaft, 69 (1978), pp.
118-122, e Zias J., Sekeles S., "The Crucified Man from Giv'at
ha-Mivtar: A Reappraisal", in Israel Exploration Journal, 35 (1985),
pp. 22-27.
20) In realtà è un'argomentazione che ripete in quasi ogni convegno
di sindonologia a cui ha partecipato (cfr. R. Jackson, "The Holy
Shroud in Hebrew", in L'identification scientifique de l'homme du
Linceul: Jésus de Nazareth (1995), a cura di A.A. Upinsky, F.X. de
Guibert, Paris, pp. 24-33.
21) Ghiberti G. (2002), Sindone. Le immagini 2002, Torino: Editrice
ODPF, p. 9.
22) Scott R.B., "The Hebrew Cubit", in Journal of Biblical
Literature, 77 (1958), pp. 205-214.
19:44
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24/12/2011
IL DIALOGO - Il senso della vita nelle parole di Gesù
IL DIALOGO - Il senso della vita nelle parole di Gesù
Eugenio Scalfari e il cardinale Martini ragionano sui nodi che stringono fede ed esistenza terrena. Due punti di vista partiti da premesse diverse cercano nella giustizia nella carità e nel perdono una prospettiva comune
di EUGENIO SCALFARI
Il senso della vita nelle parole di Gesù "Amor sacro e Amor profano" di Tiziano (1515, alla Galleria Borghese di Roma)
IN FONDO ad un lungo corridoio una porta a vetri si apre su una piccola stanza dove scorre il tempo di Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, biblista, pastore di anime e di coscienze, cardinale di Santa Romana Chiesa. Siede su una poltrona accanto ad una finestra dalla quale si vedono un pezzo di cielo e un cipresso.
Accanto a lui c'è il suo assistente, don Damiano, che è quasi la sua ombra, lo aiuta a muoversi, gli somministra le medicine alle ore stabilite, lo accompagna nei suoi spostamenti ormai rari. Non è frequente che un gesuita diventi cardinale e ancor meno frequente che sia stato alla guida della diocesi più importante d'Europa, ma Martini è un'eccezione per tante cose ed anche per la sua carriera ecclesiastica.
A me è capitato di vedere molto da vicino i gesuiti in una fase particolare della mia vita: avevo vent'anni, era il 1944, Roma era occupata dai nazisti; i giovani di leva e gli ebrei erano ricercati dalle SS, la polizia militare del Reich, ed io trovai rifugio insieme ad un centinaio di altri giovani nella Casa del Sacro Cuore dove i gesuiti gestivano i cosiddetti "esercizi spirituali". Duravano al massimo una settimana, ma nel nostro caso durarono più d'un mese. La Casa era extra-territoriale, con bandiera del Vaticano alla finestra e guardie palatine al portone.
Poiché, come ci disse il padre rettore, i gesuiti non dicono bugie, gli esercizi spirituali dovemmo farli in piena regola sebbene tra di noi ci fossero molti ebrei e alcuni non
credenti.
Per me fu una preziosa esperienza anche perché il rettore era padre Lombardi, un prete di notevole personalità e grande finezza intellettuale cui in seguito fu dato il soprannome di "microfono di Dio" per le sue attività che a dire il vero erano più politiche che pastorali.
I gesuiti che conobbi in quell'occasione e che guidavano le "meditazioni", celebravano la messa e le altre funzioni religiose che costellavano la nostra giornata, li osservai con molta attenzione; il rettore, quando ci separammo, mi propose addirittura di iscrivermi all'Università Gregoriana, eravamo entrati in confidenza ed anche in polemica durante una serie di dibattiti su Sant'Agostino e su San Tommaso.
Ricordo queste vicende personali per dire che i gesuiti che conobbi allora non somigliavano in nulla a Carlo Maria Martini. Erano molto accoglienti e amichevoli, ma piuttosto arcaici nel loro modo di considerare la religione; Martini invece è pienamente coinvolto nella modernità di pensiero. Quanto all'intensità della fede, non sta certo a me misurarla; dico solo che la fede di Martini ti fa pensare perché emerge dal suo profondo; quella che si respirava al Sacro Cuore aveva invece un sentore di sacrestia piuttosto sgradevole per chi come me la fede non ce l'ha e neppure sente il bisogno di cercarla.
Vi domanderete allora quale sia la ragione per la quale io frequenti Martini e lui accetti di buon grado questa frequentazione. La mia risposta è che siamo sulla stessa lunghezza d'onda, ci sentiamo in sintonia l'uno con l'altro e il motivo probabilmente è questo: ci poniamo tutti e due le stesse domande: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Sembrano essere diventante un luogo comune queste domande e forse lo sono, ma continuano a costituire la base d'ogni filosofia e d'ogni conoscenza. Le nostre risposte spesso differiscono ma talvolta coincidono e quando questo avviene per me è una festa e spero anche per lui.
Il nostro di oggi è il quarto incontro che ho avuto con lui; è il 6 dicembre, fuori piove, siamo nella casa di riposo della Compagnia di Gesù a Gallarate in un edificio che fu donato alla Compagnia una cinquantina d'anni fa dalla famiglia Bassetti. Gli incontri precedenti sono avvenuti nel 2009 e nel 2010, ma il primo fu un dibattito che avvenne a Roma alla fine degli anni Ottanta a palazzo della Cancelleria, organizzato da don Vincenzo Paglia, della comunità di Sant'Egidio.
Il cardinale è ammalato di Parkinson, è lucidissimo, ma cammina con difficoltà. Da qualche tempo il male gli ha molto affievolito la voce che è diventata quasi un soffio, ma don Damiano ha imparato a leggere dal movimento delle sue labbra le parole senza voce e le traduce per renderle comprensibili.
Il nostro colloquio qui trascritto è stato rivisto dal cardinale: le difficoltà della comunicazione rendevano necessario il suo "imprimatur".
Scalfari Vorrei cominciare il nostro dialogo da un nome e dalla persona che lo portava: Gesù. Per me quella persona è un uomo nato a Betlemme, dove i suoi genitori Giuseppe e Maria che vivevano a Nazareth si trovavano occasionalmente il giorno e la notte del parto. Per lei, eminenza, quel bambino è il figlio di Dio. Sembrerebbe che la differenza tra noi su questo punto sia dunque incolmabile. Eppure è proprio quel nome che ci unisce. Lei lo chiama Gesù Cristo, io lo chiamo Gesù di Nazareth; per lei è Dio che si è incarnato nel Figlio, per me è un uomo che è creduto essere il Figlio e in quella convinzione ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita, gli anni della predicazione e poi della "passione" e del sacrificio. Ma la predicazione è appunto quel tratto della sua vita che ci unisce. Ho pensato molto all'incontro di due persone già avanti negli anni che vengono da educazioni, culture e percorsi di vita così diversi che sono desiderosi di conoscersi sempre più e sempre meglio. Ha un senso tutto questo? Qualche volta penso che lei speri di convertirmi, di farmi trovare la fede. Questo rientrerebbe nei suoi compiti di padre di anime. È questo che lei si propone?
Martini No, non penso di convertirla anche se non possiamo escludere né io né lei che ad un certo punto della sua vita la luce della fede possa illuminarla. Ma questa è un'eventualità che riguarda solo lei. Lei cerca il senso della vita. Lo cerco anch'io. La fede mi dà questo senso, ma non elimina il dubbio. Il dubbio tormenta spesso la mia fede. È un dono, la fede, ma è anche una conquista che si può perdere ogni giorno e ogni giorno si può riconquistare. Il dubbio fa parte della nostra umana condizione, saremmo angeli e non uomini se avessimo fugato per sempre il dubbio. Quelli che non si cimentano con questo rovello hanno una fede poco intensa, la mettono spesso da parte e non ne vivono l'essenza.
La fede intensa non lascia questo spazio grigio e vuoto. La fede intensa è una passione, è gioia, è amore per gli altri ed anche per se stessi, per la propria individualità al servizio del Signore. Il Vangelo dice: ama il tuo prossimo come ami te stesso. Non c'è in questo messaggio la negazione dell'amore anche per sé, l'amore - se è vera passione - opera in tutte le direzioni, è trasversale, è allo stesso tempo verticale verso Dio e orizzontale verso gli altri. L'amore per gli altri contiene già l'amore verso Dio. Lei ama gli altri?
Scalfari Non sempre, non del tutto. Mentirei se dicessi che amo gli altri con passione come amo alcune persone a me vicine e mentirei se dicessi che l'odio è un sentimento a me ignoto. Detesto l'ingiustizia e odio gli ingiusti. I diversi da me li tollero e in qualche caso li amo pensando che la loro diversità sia ricchezza. Ma gli ingiusti no.
Martini Forse lei ricorderà che sul tema dell'ingiustizia abbiamo molto discusso nel nostro precedente incontro.
Scalfari Lo ricordo benissimo. Io le domandai quali fossero i peccati più gravi e lei mi rispose che la precettistica della Chiesa enumera una serie di peccati numerosa. In realtà - mi disse e io l'ho trascritto fedelmente nell'articolo che feci dopo quel nostro incontro - il vero peccato del mondo è l'ingiustizia, dal quale gli altri discendono.
Martini Sì, lei ricorda bene, dissi così. Ma forse non approfondimmo abbastanza che cosa intendevo con la parola ingiustizia.
Scalfari Può spiegarlo adesso.
Martini Ebbene l'ingiustizia è la mancanza di amore, la mancanza di perdono, la mancanza di carità e il sentimento di vendetta.
Scalfari Lei mi disse anche che il sacramento della confessione e della penitenza, fondamentale per i cristiani, non è più vissuto e praticato come dovrebbe essere.
Martini La penitenza non è quella di recitare dieci "paternostri" ma scoprire la bellezza della carità e metterla in pratica.
Scalfari Mi ricorda il pentimento dell'Innominato del Manzoni nei Promessi sposi....
Martini La lotta contro l'egoismo è molto lunga.
Scalfari Ne deduco che il Creatore ha creato un mondo ingiusto.
Martini Il Creatore ha donato agli uomini la libertà. Essa può generare la solidarietà verso gli altri, ma anche l'egoismo, la sopraffazione, l'amore verso il potere. Ho letto il suo ultimo libro, lei parla di queste cose.
Scalfari Sì, anch'io penso che l'istinto d'amore pervada la vita delle persone ma abbia diverse dimensioni e direzioni. Lei lo chiama amore, io lo chiamo eros, lei chiama il bene carità ed io lo chiamo sopravvivenza della specie, cioè umanesimo. Mi sembra che con parole diverse diciamo la stessa cosa. Gesù, per quanto capisco, tentò il miracolo di cancellare l'amore per se stessi, ma quel miracolo non riuscì.
Martini Gesù non tentò di cancellare l'amore per se stessi, anzi lo mise come misura per l'amore degli altri.
Scalfari Io penso che la vita sia cominciata da un essere monocellulare e poi sia andata vertiginosamente avanti secondo l'evoluzione naturale. Noi abbiamo una mente riflessiva che ci consente di pensare noi stessi e di vedere le nostre azioni, ma nell'economia dell'Universo siamo un piccolo evento: così è nato il mondo e noi tutti e così scomparirà. A quel punto nessun'altra specie sarà in grado di pensare Dio e Dio morirà se nessun essere vivente sarà in grado di pensarlo. Noi non siamo una regola, noi siamo un caso, una specie creata dalla natura, come credo io, o da un dio trascendente come crede lei. Spinoza dice: Deus sive Natura, oppure anche Natura sive Deus. Lei sa che questa concezione della divinità, così intensa come lei ha, sconfina nell'immanenza? Una scintilla di Divinità sta dunque in tutte le creature viventi ed è appunto la vita.
Martini Lei mi domandò nel nostro precedente incontro che cosa io pensassi dell'affermazione del teologo Hans Küng che sostiene la fede verso la vita come la condizione preliminare e necessaria per arrivare alla fede in Dio. Lo ricorda?
Scalfari Sì, ricordo anche che lei era d'accordo con quell'affermazione.
Martini È vero e lo si vede osservando un bimbo appena nato il quale si affida nelle mani dei genitori totalmente. Anche lei è venuto qui nella fiducia che non avrebbe trovato nessuno con un fucile spianato. Questa è una forma primaria di fede.
Scalfari Chiaro. Lei ha detto in un suo scritto che è un errore affermare che Dio sia cattolico.
Martini Sì, l'ho detto. Dio è il Padre di tutte le genti, quindi apporgli l'aggettivo cattolico è limitante.
Scalfari Ammetterà tuttavia che il monoteismo cristiano è assai diverso da quello ebraico e anche da quello dell'islam. In quelle religioni la Trinità sarebbe considerata eresia inconciliabile con il Dio unico. In quelle religioni il Dio unico è innominabile e non raffigurabile, per i cristiani invece ha il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ed è stato dipinto e scolpito per millenni. La storia dell'arte occidentale è in gran parte la storia di Dio, del Figlio, della madre del Figlio, dei Santi. Si può dire che il cristianesimo è una religione monoteista? Oppure storicamente è una religione ellenistica?
Martini La Trinità è Dio-comunione. Il Figlio è la Persona con cui il Padre si manifesta agli uomini. Forse il modello "ontologico" con cui si è pensata la Trinità fino ad oggi dovrebbe cedere il passo al modello "relazionale" che aiuterebbe meglio anche il dialogo orizzontale. Quanto ai Santi, non sono solo intermediari tra noi e Dio ma anche testimoni del bene e forse la Chiesa ne ha canonizzati troppi.
Scalfari Dunque quando la nostra specie scomparirà e quando il giudizio universale sarà avvenuto il Figlio non avrà più ragion d'essere e lo Spirito santo neppure.
Martini Non esattamente, il Figlio sarà la beatitudine delle anime che vivranno nella luce.
Scalfari Senza memoria del sé terrestre che hanno abbandonato?
Martini Noi uomini non siamo in grado di sapere queste cose, di conoscere l'aldilà. Sappiamo però che Paolo dice che la Carità non avrà mai fine. Quindi supponiamo che riconosceremo ciò che abbiamo vissuto nell'amore.
Scalfari Dio è il padre di tutte le genti, ma la Chiesa ha fatto del Dio cattolico anche una bandiera d'identità, di guerra e di stragi.
Martini Quando ha fatto questo ha sbagliato. La Chiesa, come tutte le istituzioni terrene, contiene il bene ed il male ma è depositaria di una fede e di una carità molto grandi. Anche Pietro rinnegò.
Scalfari Forse è troppo istituzione.
Martini Forse è troppo istituzione.
Scalfari Forse è troppo dogmatica.
Martini Direi in un altro modo: l'aspetto collegiale della Chiesa è stato troppo trascurato. Secondo me questo punto andrebbe profondamente rivisto.
La conversazione dura ormai da oltre un'ora. Guardo don Damiano in modo interrogativo e lui mi fa di sì con la testa. Dico al cardinale che è arrivata l'ora di congedarmi. "Ma le faccio un'ultima domanda: che cosa pensa dei fatti politici italiani di questi ultimi mesi? La Chiesa, dopo un silenzio troppo lungo, mescolato con alleanze oltremodo discutibili, ha infine chiesto con il cardinale Bagnasco che venisse ripulito il fango che ha imbrattato l'etica pubblica. È d'accordo con questa posizione?".
Martini Sono d'accordo. In Italia esiste una cattolicità avvertita e consapevole e ci sono anticorpi preziosi che alla fine si manifestano contribuendo a recuperare il bene anche nella sfera dove si amministra il potere.
Mi alzo. Anche lui si alza aiutato da don Damiano. Ci abbracciamo. Lui mormora qualcosa e don Damiano traduce: "Ha detto che prega spesso per lei". Io rivolgendomi a lui gli dico: "Io la penso molto spesso, è il mio modo di pregare". Lui si avvicina al mio orecchio e con un filo di voce dice: "Prego per lei, e anch'io la penso spesso", sorride e mi stringe la mano. Forse voleva dire che pensare l'altro è più che pregare. Io almeno ho capito così.
Eugenio Scalfari
(24 dicembre 2011)
09:58
Scritto da: meneziade
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