14/02/2011

Il Comportamento Cristiano

(Filippesi , capitolo 2)

 

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Gesù abbassò se stesso come uomo, affinché il nome di Dio venisse glorificato. Lasciò la natura divina per assumere quella umana. Non venne come una persona importante, come un principe di questa terra, ma come un semplice uomo, avendo preso su di Sè i nostri misfatti e la maledizione che pesava su di noi. Pagò il prezzo dei peccati che noi avevamo commesso e di cui noi dovevamo rendere conto a Dio. E non solo fu trovato in tutto simile agli uomini (eccetto che Lui non aveva commesso peccato), ma fu considerato alla stregua dei peggiori peccatori, all’unico fine che noi fossimo riconciliati con Dio, perdonati, giustificati. Morì perché noi avessimo vita.

Che dovremmo fare noi, di fronte a questo esempio dell’Unigenito Figliuolo di Dio, che non ha esitato a rinunziare, almeno per un periodo, ai Suoi attributi divini per venire in terra a redimere il perduto genere umano? San Paolo ci spiega quel che dovremmo fare, e ce lo spiega con poche meravigliose pennellate, a cui oggi vogliamo dare uno sguardo.

Umiliare noi stessi

In che senso? Nel senso che dovremmo avere lo stesso sentimento di Cristo. Umiliarci come Lui s’è umiliato. È facile a dirsi ma è estremamente difficile a farsi. È quasi impossibile ad un uomo dimenticare le sue capacità, il suo saper fare, la sua intelligenza, abbassandosi fino al punto di considerare e stimare gli altri – tutti gli altri – più di quanto stimi se stesso. Ci avete mai pensato? L’avete mai fatto? Ma davvero dite che vi state sforzando di mettere in pratica la Parola di Dio? E che sforzo avete fatto in questo campo? Pensate a quante persone vi credete superiore.

Il fatto che molti credenti intelligenti, sapienti, altolocati o che si credono tali si reputino migliori degli altri – tutti gli altri – più di se stessi, è in risultanza della mancanza capacità di introspezione. In altre parole, questi tali non riescono a guardare dentro se stessi e non riescono ad ascoltare ed a rispettare il punto di vista degli altri. Eppure, il segreto di una vita umile, quale quella che qui ci vuole insegnare la Scrittura, sta proprio nella capacità di riuscire a guardare in se stessi, nel proprio interiore, scandalizzando il proprio cuore con una spada a due tagli, per rendersi conto di quel che si è nella realtà e non nella finzione, non nella maschera, non nell’aura di cui ci siamo circondati.

Un lago è bellissimo, all’apparenza, con la sua acqua cristallina, che riflette i raggi del sole o della luna (per dirla coi poeti).

Ma se lo prosciugate, troverete nel fondo rifiuti di ogni sorta, da far inorridire il meno impegnato degli ecologi moderni. Anche l’uomo è a volte come un lago, bellissimo e scintillante in apparenza. Di fuori sembriamo delle persone d’indiscussa fedeltà alla Parola di Dio, di carattere integerrimo, di conoscenza profonda e quasi illimitata, di maturità intellettuale e spirituale. Gli altri ci credono e quasi ci crediamo anche noi. Ma se guardiamo “ben addentro”, se riusciamo a guardare nella profondità del nostro essere, allora vediamo quel che siamo nella realtà e allora non ci sarà impossibile umiliarci, non ci sarà impossibile riconoscere, come un altro ha fatto prima di noi, che noi i peggiori dei peccatori.

 

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Servire gli altri

Non solo Gesù abbassò se stesso, ma si rese servo. Come Lui stesso ebbe a dire: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per

essere servito, ma per servire”. San Paolo dice che noi siamo stati salvati all’unico scopo di servire. Che significa essere

servo? Significa lavorare per un padrone. Il Padrone è naturalmente Dio; ma nel caso di Gesù e di coloro che vogliono

imitarlo, il servizio si estende agli uomini. Gesù lo spiegò chiaramente quando disse ch’Egli era venuto per servire, e quanto ingiunse ai Suoi discepoli: “Voi sapete che i principi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi usano potestà sopra di esse, ma non sarà così fra voi; anzi chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; chiunque fra voi vorrà essere primo, sarà vostro servitore. Da questo passo si deduce che i valori del vivere civile vengono completamente capovolti; chi è grande, chi ha una posizione, chi primeggia, deve sottostare ai subalterni: è il loro servitore.

È facile rendersi utile ad un amico, ad una persona simpatica, a colei o colui che amiamo. Ma Gesù venne in terra per servire le persone meno amabili che esistessero: i peccatori! Non venne per i giusti, i buoni, gli amabili, gli amici, o coloro che erano animati da sentimenti delicati… No. Venne per servire i peccatori, i criminali, gli ubriaconi, e derelitti della società. Facciamo lo stesso noi? Oppure abbiamo una ristretta cerchia di persone, una specie di club sociale, che assistiamo con il nostro ministero di servizio, mentre ci turiamo il naso quando veniamo involontariamente a contatto con certi tipi che non ci garbano punto? Fin dove si estende la nostra dedicazione come servi? Qual è il limite?

Ubbidire

Questo passo della Scrittura ci dice anche che Gesù si fece ubbidiente. Per ubbidienza andò fino alla morte, e a quale morte!

Ubbidì appieno, senza cercare scappatoie, scuse o interpretazioni personali della volontà di Dio. Quel che Dio gli aveva

ordinato fu legge per lui. Dovrebbe essere lo stesso per noi. Gli ordini di Dio contenuti nelle Scritture dovrebbero essere

ubbiditi in modo completo e precisamente come sono scritti nella Bibbia. Purtroppo oggi siamo arrivati al punto che si mette in discussione la Parola di Dio e ci si domanda quali ordini debbano essere ubbiditi e quali possono tralasciate, perché… e ognuno trova ragioni plausibilissime ed estremamente logiche per mettere da parte, come inutili, alcune parti della Scrittura, che, come le altre sono state ispirate dallo Spirito Santo.

Ma la Bibbia ci mette in guardia contro quelli che adulterano la Parola di Dio o la falsificano o la torcono a loro propriaperdizione (2 Corinzi 2:17; 4:2; 2 Pietro 3:16; Atti 13:46), tutte le cose che stanno avvenendo oggi in alcune chiese, che in tempi passati avevano difeso col martirio l’integrità della Parola di Dio. Ho l’impressione che anche in certe chiese pentecostali si stiano infiltrando delle dottrine diaboliche che vorrebbero distinguere tra passi che sono ispirati e passi la cui ispirazione è discutibile. Guardiamoci da coloro che, pur proclamandosi evangelici, torcono la Parola di Dio a loro piacimento o cercano di farle dire quel che non dice, per giustificare lo stato pericoloso della loro vita spirituale, la loro tiepidezza, il loro voler camminare con un piede nella strada stretta e con un altro nella strada larga, che porta alla perdizione.

Oggi circolano anche tra noi delle interpretazioni di passi spirituali, che si allontanano molto dal significato letterale impresso loro dallo Spirito Santo. È pericoloso mettersi su questa strada, per il semplice motivo che se si comincia a spiegare una cosa in modo personale, si corre il rischio di aprire la porta ad una messa in discussione di tutta la Parola di Dio, come è già avvenuto in altre denominazioni. Di fronte alle tentazioni di far dire alla Scrittura quel che non dice o di fare una scelta di passi che crediamo ispirati, teniamo presente che queste sono tentazioni del demonio, che cerca di attirare i credenti nei sui lacci infernali.

Uno dei tranelli più in voga oggi è quello della logica. Se un passo della Bibbia non è logico, secondo il concetto umano

della logica, allora vuol dire che non è ispirato.Questo è frutto del modernismo. Si vuol giudicare la divina ispirazione della Parola di Dio con una logica umana, che non può assolutamente comprendere le cose spirituali, come spiega San Paolo. La logica non ha niente a che fare con la Parola di Dio. Anche se c’è qualche cosa che non comprendo, io ubbidisco, perché ogni parte della Scrittura viene da Dio. Quando il sinedrio cercò d’imporre a Pietro ed a Giovanni di smettere di predicare il Vangelo, essi risposero con molto rispetto: Giudicate voi se è giusto, nel cospetto di Dio, di ubbidire a voi anziché a Dio (Atti 4:19). Gesù fu ubbidiente fino alla morte. Vogliamo ubbidire alla logica fallace degli uomini o alla Parola di Dio?

12/02/2011

Come ho conosciuto Dio

Christ%20-%20Consider%20the%20Lilies%20(High)%20-%20Simon%20Dewey.JPGIl Signore mi ha messo in cuore di scrivere un breve racconto di come si è fatto conoscere da me e cosa questo è significato.

Questo scritto, breve per quanto possa essere (non potendomi soffermare molto nei particolari), vuole raccontare una reale esperienza personale che, pur nella sua individualità è la stessa esperienza che Dio vorrebbe vivessero tutte le Sue creature.

Sin da giovane ho intrapreso degli studi a carattere scientifico e quindi, anche a causa di questi, il mio modo di pensare e di ragionare è stato influenzato non poco dalla scienza.

Vivevo la mia vita affrontando le cose in maniera molto razionale e credevo che 2+2 facesse 4 solo se me lo dimostravano.

Per quanto riguardava invece “l'argomento Dio” (ai tempi questo non era più che un argomento) ero sempre incuriosito e mi piaceva ascoltare gente che parlava di questo.

Non ero ossessionato da queste cose, però, quando se ne presentava l'occasione mi piaceva ascoltare e, quando ne avevo la possibilità, esporre pure il mio pensiero.

A quei tempi non avevo la certezza dell'esistenza di Dio, gli altri dicevano che ero un ateo, ma io avrei pagato chi sa quanto per essere realmente tale. Non ero sicuro dell'esistenza di Dio, però non potevo dirmi nemmeno ateo, perché non potevo dimostrare a nessuno la sua non esistenza. Se potevo fare almeno quest'ultima cosa avrei potuto prendere una posizione certa su quest'argomento.

Nell'arco della mia vita ho avuto la possibilità di parlare con molta gente diciamo esperta nel settore, teologi ed autorità nel campo di varie religioni.

Tutti cercavano di presentarmi Dio e, alcuni di loro, quando non potevano dare risposte alle mie domande, se ne uscivano con la famosa parolina “dogma”. In pratica, mi si diceva: “il tuo ragionamento è giusto, ma le cose non stanno come dici”, “le cose stanno invece come ti dico io e ci devi credere e basta”. Insomma il mio ragionamento era giusto ma la realtà era la cosa sbagliata e basta, senza nessun'altra spiegazione.

Sembrava che per credere in Dio si doveva abbandonare del tutto la razionalità, chiudere gli occhi ed andare avanti così, con gli occhi chiusi, accettando passivamente quello che la gente diceva, solo perché aveva studiato più di me.

Questo, per una persona razionale come me, era molto difficile d'accettare, non potevo credere che Dio volesse dei figli tutti ciechi (con gli occhi chiusi).

jesus-with-children-1212.jpgAlla fine di questi anni ero arrivato ad una conclusione: “io non voglio credere in Dio solo perché molti dicono che ci credono, oppure perché se mi convinco che esiste posso acquietare la mia coscienza che, a volte, si fa sentire”, “non voglio credere in Dio per soddisfare qualcosa della mia vita, ma voglio credere in Lui solo se realmente esiste e di questo ne ho la certezza”.

In quegli anni avevo compreso che se Dio esisteva era una cosa che doveva essere presa seriamente e non alla leggera.

Ho parlato con della gente che alla fine rifiutava di prendere ancora quest'argomento con me, perché (come mi hanno detto loro) stavo riuscendo a convincerli che Dio non esisteva.

La mia situazione era triste, riuscivo a dimostrare agli altri che Dio non esisteva ma in me non esisteva questa certezza.

Comunque, questa era una situazione che non mi faceva soffrire più di tanto, anzi era quasi diventata comica.

Comunque, per farla breve, un giorno mi fu regalata una Bibbia, il testo più importante a cui bisogna fare riferimento quando si tratta di Dio.

Da quel momento mi sono reso conto che per parecchi anni avevo parlato di Dio, come qualcuno che sapeva il fatto suo e non avevo invece mai letto questo libro che, per quello che mi avevano detto, era il punto di partenza per conoscere tutto quello che concerne l'argomento.

Ho iniziato a leggere la Bibbia, da solo e senza nessuna influenza esterna e, man mano che leggevo, mi sono accorto che in questo libro c'era veramente qualcosa di diverso. Per tanti anni avevo trovato gente che mi parlava di Dio, cercando di presentarmelo per quello che era, mentre ora, attraverso la Bibbia, era Dio stesso che si presentava a me.

Lui in prima persona mi raccontava chi era.

Più leggevo la Bibbia e più mi rendevo conto che era stata scritta personalmente per me, mi raccontava le realtà del momento (e pensare che molti credono che è un testo superato), chi era Dio e che la mia razionalità non era qualcosa d'abbandonare se si vuole seguire il nostro Creatore. Il Signore mi fece capire che se ci ha creati con un cervello è giusto usarlo, perché Dio non vuole dei figli ciechi, ma gente che lo segue perché consapevole di quello che sta facendo.

Insomma, nella Bibbia Dio mi ha spiegato, dimostrandomelo pure, che alcune mie teorie (rifiutate dai più che avevo incontrato in passato) erano giuste ed altre invece non lo erano affatto. Me lo dimostrava e quindi io potevo solo crederci.

Tra le tante cose che Dio mi ha detto attraverso la Sua Parola (la Bibbia) ce n'era una di estrema importanza, un argomento che se mancava non poteva rendere completa la mia vita anche se possedevo ogni altra conoscenza. Quest'argomento è ai più noto col nome di “evangelo”. Dio mi ha detto che per me esisteva una “buona notizia”, la stessa che il Signore vuole far conoscere pure a te che ora ti stai trovando a leggere queste poche pagine.

jesus-with-children-1201-150x150.jpgIn cosa consiste la verità centrale della Bibbia, partendo dalla quale si può realizzare tutto il resto (notare che nel piano di Dio esiste una logica razionale che è vera in quanto tale e non perché fondata su una fede cieca):

- Dio mi ha dimostrato di essere il Creatore (Apocalisse 4:11: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono»). Lui ha creato ogni cosa e tra queste pure me, quindi è giusto che abbia autorità sulla mia persona. Il Signore-Creatore ha autorità su tutto il creato (logico) e quindi ha pure il diritto di scegliere un giorno in cui ogni uomo dovrà rendergli conto del suo operato.

Questo accadrà comunque, a prescindere dal tuo volere, che tu lo voglia o meno, un giorno comparirai davanti a Dio. È scritto: Guai a colui che contesta il suo creatore, egli, rottame fra i rottami di vasi di terra! L'argilla dirà forse a colui che la forma: "Che fai?" L'opera tua potrà forse dire: "Egli non ha mani?" (Isaia 45:9).

- Se dobbiamo rendere conto a Dio dobbiamo sapere cosa fare e cosa invece evitare. Per questo il Signore ha stabilito una legge perfetta e santa come Lui è perfetto e santo. In base a questa legge, Dio, un giorno, giudicherà l'uomo.

- L'uomo, imperfetto per natura, non può mai adempiere alla lettera ciò che è perfetto, ovvero la legge di Dio (ed anche questo è logico). Per questo è razionalmente accettabile ciò che Dio dice degli uomini: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (Romani 3:23).

Agli occhi di Dio tutti gli uomini sono peccatori, nessuno escluso, neppure tu. Infatti non esiste peccato piccolo e peccato grande, basta aver sbagliato una sola volta e si è peccatori (anche questo è logico, basta rubare una sola volta e si diventa ladri, basta dire una sola bugia e si è diventati bugiardi, ecc.). Non solo questo è vero, ma è altrettanto vero che per Dio la cosa importante non è quante volte si è peccato, perché tutti i peccatori sono ugualmente colpevoli davanti al Signore, infatti, secondo la logica di Dio Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti (Giacomo 2:10).

jesus-with-children-1203.jpgIn conclusione, ogni uomo (anche tu) è colpevole davanti a Dio, il suo giudice!

- A questo punto, noto che ognuno di noi è giudicato colpevole, la domanda che devi porti è: Qual è la condanna che Dio impone a chi è peccatore anche di una piccola cosa?

La risposta ce la da sempre Dio: perché il salario del peccato è la morte... (Romani 6:23).

Ogni uomo, secondo il giudizio di Dio, dev'essere condannato a morte, ad una morte eterna (quella che i più conoscono col nome d'inferno).

A questo punto ad alcuni questo può sembrare esagerato, ma questi debbono capire che quanto detto è il pensiero di Dio e non di un uomo, e quando verremo giudicati lo saremo secondo quello che al Signore sembra giusto o sbagliato e nulla conta il nostro pensiero (è inutile credere che la nostra vita sia giusta, quando poi dovremmo essere giudicati non in base al nostro pensiero ma a quello che Dio ha di noi).

Comunque, sempre per restare coerente con se stesso, anche quello sino ad ora detto ha una sua logica. Dio è perfetta giustizia e quindi non può permettere che nessuna colpa (anche quella che crediamo piccola) possa restare impunita (altrimenti la giustizia di Dio smetterebbe di essere perfetta) ma, se esiste una sola condanna possibile per il peccato (cioè la morte eterna) al peccatore (anche quello che ha una sola colpa) non resta che pagare con tale tipo di condanna, l'inferno.

È impossibile per l'uomo pagare le proprie colpe diversamente. Può fare tutto il bene del mondo, beneficenze, sacrifici, pellegrinaggi, preghiere e quant'altro, il peccato, una volta commesso, esiste e non può essere cancellato se non con la morte.

In conclusione, tutti gli uomini debbono andare all'inferno, a prescindere da quello che credono di se stessi, perché questo è il metro di giudizio di Dio.

- Sino ad ora sembra che per l'uomo non esista nessuna “buona notizia”, invece questa c'è.

Dio non è solo perfetta giustizia (come abbiamo sino ad ora detto), ma è pure perfetto amore e quindi nel Suo modo d'operare debbono essere soddisfatte entrambe queste verità.

jesus-with-children-1205.jpgOra, come visto, secondo la Sua perfetta giustizia, Dio non può permettere che nessuna colpa resti impunita e quindi ogni creatura umana deve andare all'inferno. Però, secondo il Suo perfetto amore, l'uomo non dovrebbe perire eternamente. Per questo motivo Dio ha provveduto all'umanità un Salvatore. Il Suo unigenito Figlio, Gesù Cristo, che è Dio, si è fatto uomo, è sceso su questa terra, si è caricato di tutti i nostri peccati ed ha pagato ogni nostra colpa. Di Lui è scritto: Colui che non ha conosciuto peccato (Gesù), egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui (2 Corinzi 5:21).

Gesù è morto sulla croce al nostro posto, la condanna che noi dovevamo subire l'ha pagata Lui in prima persona. In questo modo è stata soddisfatta la perfetta giustizia (ogni colpa ha trovato la sua condanna in Cristo) ed il perfetto amore di Dio (Romani 5:8: Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi).

- Ora il quadro della situazione è più chiaro, l'uomo merita di vivere eternamente all'inferno ma Dio gli ha provveduto un Salvatore. Chiunque si aggrappa a questa salvezza è scampato dalla condanna eterna dell'inferno per andare a vivere eternamente con Dio in un posto bellissimo che ha preparato per noi.

Forse ad alcuni questa cosa può sembrare assurda, ma è così ed è pure logico, infatti com'è stato possibile che la colpa di uno solo (Adamo) ha dato la tendenza a peccare ad ogni uomo, parimenti un solo uomo da la possibilità di redenzione a tutta l'umanità (Romani 5:18, 19: Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l'ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti).

- Altresì, è importante capire come il sacrificio di Gesù non è un mezzo di salvezza, ma è l'unico mezzo di salvezza che l'uomo ha a disposizione. Di Gesù è detto: In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati» (Atti 4:12).

L'uomo può rivolgersi a chiunque e credere che questo sia sufficiente per essere salvato, ma nulla vale il suo pensiero perché quello di Dio è un altro ed è questo quello che alla fine conta. L'uomo, come detto, non può pagare con niente il prezzo della sua giusta condanna, può fare qualsiasi opera, ma sarà sempre insufficiente per pagare il giusto prezzo delle proprie colpe. D'altronde, tutto questo è logico, perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge (delle opere dell'uomo), Cristo sarebbe dunque morto inutilmente (Galati 2:21).

jesus-with-children-1209.jpgSe noi potevamo ottenere la salvezza con i nostri sforzi, allora perché mandare Gesù a morire per noi?

- Il sacrificio di Gesù Cristo è l'unico mezzo di salvezza, ma come ottenere questa salvezza? Abbiamo detto che non possiamo fare nulla per meritarci la salvezza e non possiamo pagare nessun prezzo per averla. Per questo motivo Dio ci da la possibilità di essere salvati nell'unico modo possibile, donandocela gratuitamente, dandocela per grazia (un dono immeritato).

Romani 6:23: perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Efesini 2:8: Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio.

- Nonostante queste bellissime realtà, alla fine, non tutti giungeranno a questa salvezza, Noi siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo fra quelli che sono sulla via della salvezza e fra quelli che sono sulla via della perdizione; (2 Corinzi 2:15). Esistono infatti due strade, una che porta a salvezza ed una che porta alla perdizione. Sta a noi scegliere!

- Allora, come ricevere questo dono (la salvezza)?

Abbiamo detto che esiste una sola strada, Gesù Cristo. Quindi, innanzitutto è inutile rivolgersi altrove, siano queste persone autorevoli, sante o quant'altro, perché l'unico modo per arrivare a Dio è Gesù, Infatti c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo (1 Timoteo 2:5). Sapendo questo e conoscendo che la salvezza è un dono, dobbiamo chiedere a Dio (tramite l'intercessione di Gesù) che ci renda partecipe di questa grazia.

I passi da fare sono semplici ma gli unici efficaci (passi da fare per essere salvati):

· bisogna riconoscersi dei peccatori davanti a Dio;

· bisogna riconoscere la propria insufficienza ad essere auto salvati;

· bisogna pentirsi delle proprie colpe (dobbiamo renderci conto che sino ad oggi abbiamo procurato del dolore a Dio con il nostro peccato);

· bisogna ravvedersi, confessare a Dio ed abbandonare il proprio peccato;

· bisogna inginocchiarsi ai piedi del Signore (per esempio chiusi nella propria cameretta dove nessuno può disturbarci) e chiedergli di perdonare tutti i peccati che sono in noi;

· credere che Gesù su quella croce è morto al nostro posto, caricandosi di ogni nostro peccato. Devi credere che più di duemila anni fa Cristo, sulla croce è morto personalmente per te, si è caricato proprio dei tuoi peccati e pensava a te quando soffriva così tanto;

· chiedere a Dio di aiutarci a camminare, da questo momento in poi, in conformità col Suo volere (che conosciamo leggendo quotidianamente la Bibbia).

Solo così Dio ci assicura che ogni nostro peccato è stato cancellato definitivamente, una volta per sempre, proprio come Lui ci attesta in 1 Giovanni 1:7: e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.

Tornando alla mia esperienza, quando sono venuto alla conoscenza di questa buona notizia, Dio mi ha dimostrato che esistevano due strade possibili, una che portava alla salvezza ed una all'inferno. Lui mi aveva fatto sapere questo, mi aveva detto in che strada ero (quella che portava all'inferno) e mi aveva fatto sapere pure come prendere l'altro percorso (quello della salvezza).

Dio aveva fatto tutto, ora toccava a me. Dovevo scegliere se restare in quella condizione o accettare il dono di Dio.

Ho scelto che la cosa migliore era accettare questa grazia ed ho fatto i passi necessari per essere salvato (quelli esposti in precedenza).

Mi sono chiuso nella mia cameretta, ho pregato Dio (non lo avevo mai fatto) ed ho fatto quanto scritto sopra.

jesus-with-children-1213.jpgDa quel momento Dio non si è limitato a migliorare la mia vita, me ne ha data una nuova, tanto che posso tranquillamente dire che quel giorno sono nato nuovamente (Giovanni 3:3: Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio»).

Mi sono sentito sgravato di un grande peso (di cui prima non mi rendevo totalmente conto), quello del peccato che era in me, ho ricevuto (gratuitamente) l'amore di Dio nel mio cuore, la Sua pace e quant'altro, proprio come Lui mi aveva promesso nella Sua Parola (la Bibbia): Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà (Giovanni 14:27).

Ho potuto constatare, in prima persona, che quello che era scritto nella Bibbia era vero e non finzione.

Dio mi aveva donato la vera vita. Sino a quel giorno, anche se non me ne rendevo conto, esistevo solamente, da allora vivo (chi non ha mai gustato la vera vita non può capire appieno la differenza). Questo era sufficiente per me (e lo dovrebbe essere per tutti), ma Dio non si è limitato a questo, perché mi ha donato tanto, ma tanto altro.

Allora, il minimo che io potevo fare era manifestare la mia gratitudine a Lui, cercando di condurre la mia vita in maniera conforme alla Sua volontà.

Da quel giorno ho intrapreso una quotidiana meditazione della Bibbia, ho chiesto a Dio l'aiuto necessario per mettere in pratica quanto c'era scritto ed ho iniziato il mio cammino di santificazione.

In pratica, ho iniziato ad avere un rapporto personale con Dio, lo stesso che è venuto ad abitare nel mio cuore e che ha riempito la mia vita di se.

Ho ricevuto il privilegio (che è lo stesso di tutti i veri credenti) di andare a Dio ogni volta che voglio, chiederGli ogni cosa ed avere la certezza di essere ascoltato.

Sino ad oggi Dio non mi ha mai deluso e si è sempre dimostrato fedele, nonostante la mia natura imperfetta. Si è preso sempre cura di me, ha sempre lavorato per il mio bene ed ogni volta che ho bussato alla Sua porta mi ha sempre aperto ed accolto.

[Una piccola parentesi. Tra le cose importanti che Dio mi ha detto nella mia vita, c'era quella che ogni cristiano deve servirLo all'interno di una comunità di altri cristiani (non esiste un cristiano che serve Dio fuori da un contesto del genere, la Bibbia non ne offre nessun esempio, anzi lo vieta). Per questo motivo mi sono documentato ed ho scelto quella chiesa che, secondo le mie conoscenze, cercava di mettere in atto quello che la Bibbia diceva e non oltre. Da quel giorno sono onorato di far parte della comunità che Dio mi ha dato e cerco di servirlo nel migliore dei modi all'interno di questa realtà]

Per completezza d'informazione mi è d'obbligo dire pure questa cosa. Da quando ho fatto posto a Dio nel mio cuore, non sono cessati i problemi, ma li ho sempre affrontati con Dio accanto. Ho realizzato il Suo perfetto aiuto, conforto, consolazione e quant'altro. Dio non mi ha mai abbandonato (come promette a tutti i Suoi figli), so che posso contare sempre su di Lui e, quando sopraggiungono i vari problemi della vita, mi ritrovo sempre più che vincitore perché sono alleato con Colui che è l'Onnipotente e che mi ha detto: ...Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo (Giovanni 16:33).

Oggi Dio ti ha messo a conoscenza di questa buona notizia, Lui ha fatto tutto, ora tocca a te scegliere, un giorno (a prescindere dal tuo volere o da quello che pensi di Lui) comparirai al Suo cospetto e lì non potrai più accampare nessuna scusa.

Da ora in poi io pregherò il Signore che la mia esperienza sia servita per farti riflettere e per farti fare la giusta scelta. Pregherò per te!

Nel frattempo ringrazio il Signore per la possibilità che mi dà di parlare di Lui, perché sono solo un umile strumento che, se riesce a fare cose preziose è solo per il fatto che si trova nelle mani di Dio.

Che Dio benedica te e la tua scelta

07/02/2011

La teologia delle religioni di Joseph Ratzinger

La teologia delle religioni di Joseph Ratzinger

ratzinger_papa_benedetto.jpgIntervista al professor Joan Andreu Rocha Scarpetta


CITTÀ DEL VATICANO, martedì, 23 maggio 2006 - Dopo poco più di un anno di pontificato di Benedetto XVI, ZENIT ha voluto approfondire il suo pensiero sulla cosiddetta ‘teologia delle religioni’.


In questa intervista, Joan-Andreu Rocha, professore di Teologia delle religioni ed ecumenismo presso la Facoltà di Teologia dell?Ateneo Pontificio Regina Apostolo rum di Roma, dove dirige il Master in Chiesa, Ecumenismo e Religioni, racconta come l?allora teologo Ratzinger vedeva le religioni in rapporto al Cristianesimo e in che misura continua da Pontefice con questa visione inclusiva che riconosce i valori presenti nelle altre religioni.

Si può parlare di una teologia delle religioni propria del Cardinale Joseph Ratzinger?

Rocha: Più che di una ‘teologia delle religioni’ Propria di Joseph Ratzinger si può parlare di un Ratzinger teologo delle religioni. Già come giovane professore di teologia a Risina e Bonn, il futuro Benedetto XVI insegnava storia delle religioni e filosofia della religione. Sottolineava l?importanza delle religioni nel cammino di preparazione del Cristianesimo, come una progressiva realizzazione delle promesse di Dio nel corso della storia della salvezza.

La sua valutazione di queste tradizioni religiose si fonda sul principio del Regno di Dio: la Chiesa è depositaria dei mezzi per proclamare e rendere presente il Regno di Dio, ma non ne possiede il monopolio, perché il Regno va al di là della Chiesa.

La caratteristica principale di questo Regno è l’amore. Dov’è amore fraterno, lì si rende presente il Regno di Dio e si porta a compimento la legge naturale, per mezzo della grazia salvifica di Dio. Questo pensiero si fonda soprattutto sulla dimensione naturale della persona umana e sulla sua capacità razionale, che è oggetto dell?amore di Dio.

Non bisogna dimenticare che il teologo Ratzinger vive dal vicino a l?evoluzione di ciò che oggi chiamiamo la teologia delle religioni, che si sviluppa nell’ambito del rapporto fra tre elementi diversi: la riflessione teologica propriamente detta (che comprende la teologia delle religioni alla luce della teologia della grazia, l’ecclesiologia e la teologia della salvezza o soteriologia); il mandato missionario della Chiesa che implica la proclamazione del Vangelo al mondo intero; e il riconoscimento dei valori umani presenti in tutte le civiltà nelle quali si trovano le diverse religioni del mondo.

Sulla base di questa triplice tensione, formata dalla riflessione teologica, dalla missione e dal valore delle culture, nasce e si sviluppa il vero dialogo interreligioso.

Occorre precisare che la teologia delle religioni è una disciplina che si occupa della valutazione teologica delle religioni non cristiane, da non confondere con il dialogo interreligioso. Allo stato attuale, essa presenta tre tendenze: quella esclusivista (che non riconosce alcun valore alle religioni non cristiane), quella pluralista (che dà a tutte le religioni un valore eguale) e quella inclusivista (che dà la supremazia della verità salvifica a Cristo, ma riconosce i valori presenti nelle altre religioni). Questa?ultima è la linea accettata dal Magistero della Chiesa.

Qual era l?impostazione suggerita dal teologo Ratzinger per un avvicinamento alle altre religioni?

Rocha: Il teologo bavarese insisteva su un avvicinamento alle religioni fondato sulla teologia della storia, in cui fosse superata la riduzione delle religioni a pura esperienza (misticismo) o a una conoscenza puramente razionale (illuminismo). Sono queste, in definitiva, le grandi tentazioni dell’essere umano: il relativismo che vede tutto eguale e indifferenziato, o la ragione presentata come opposta alla religione.

Anni dopo, di fronte all’evoluzione della teologia delle religioni e in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il teologo Ratzinger perfeziona il suo pensiero. Insiste sull’?importanza della verità come fondamento dell’incontro tra le religioni e sottolinea ancora di più l’importanza del fatto storico e salvifico rappresentato dalla rivelazione di Cristo. La dichiarazione Dominus Iesus (del 2000) è, in questo senso, un forte appello, di fronte alla dissoluzione dell’evento salvifico di Cristo, in un contesto di crescente pluralismo religioso. Cristo, per i cristiani, non è un illustre personaggio religioso come tanti altri, ma è l’unico Salvatore.

Benedetto XVI insiste soprattutto sul legame con le altre religioni monoteiste. Quale valore dà il Papa alle altre religioni?

Rocha: Il principio fondamentale che regge il pensiero del Santo Padre in questo senso è che di fronte a Dio tutti gli uomini hanno la stessa dignità, indipendentemente dal popolo, dalla cultura o dalla religione di appartenenza. A partire da qui si delinea la prospettiva di una teologia della storia che vede le religioni non cristiane come precursori del Cristianesimo. Ma egli insiste sul diverso valore delle religioni.

Per questo le religioni monoteiste occupano un posto particolare. E, tra queste, l’ebraismo ricopre un ruolo preminente. Soprattutto per la stretta relazione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, per le radici spirituali comuni e per il suo ricco patrimonio di fede nell’unico Dio, che ha stabilito la sua alleanza con il popolo eletto, gli ha rivelato i suoi comandamenti e gli ha insegnato la speranza nelle promesse messianiche.

Riguardo l’Islam, l’altra religione monoteista, il Santo Padre ha sottolineato l’importanza della comune filiazione in Abramo e il comune servizio ai valori morali fondamentali.

In ogni caso, il Santo Padre tiene fermo il suo pensiero teologico soprattutto per quanto riguarda la specificità della verità cristiana rivelata in Gesù Cristo. L’arroganza non è quella di credere che Dio ha donato la verità ai cristiani, ma quella del relativismo che arriva a dire che Dio non può farci questo dono. Da qui la sua frase la verità non può avere altra arma se non se stessa.

Lei avverte un cambiamento, rispetto a Giovanni Paolo II, nel modo di vedere le altre religioni?

Rocha: Bisogna ricordare che la storia della cosiddetta ‘teologia delle religioni’ è abbastanza giovane come disciplina nell’ambito della teologia cattolica.

Storicamente vi sono stati momenti di avvicinamento alle altre religioni e ai loro valori. Penso ad esempio ai tentativi di un Matteo Ricci (1552-1610) in Cina o di un Roberto Nobili (1577-1656) in India, o alla visione di una ‘pace tra le religioni’ di Nicola Cusano (1401-1464). Ma sarà solo con il Concilio Vaticano II che la Chiesa stabilirà formalmente il paradigma di ciò che abbiamo poi chiamato ‘teologia delle religioni’.

Le fondamenta di questa dottrina si trovano nella dichiarazione Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le altre religioni non cristiane (del 1965). Da allora la teologia delle religioni si è sviluppata tra momenti di grande entusiasmo, ma anche al ritmo di un cauto discernimento.

Credo che Giovanni Paolo II abbia compiuto un inusitato avvicinamento alle altre religioni, soprattutto attraverso gesti concreti e molto significativi come la visita alla Sinagoga di Roma (1986) o la visita alla Moschea di Damasco (2001), e soprattutto con gli incontri di Assisi del 1986 e del 2002. Questo approccio alle diverse religioni del mondo ha avuto un valore profondamente simbolico ed ha contribuito a far cadere molti pregiudizi.

Ma oltre ai gesti simbolici occorre continuare a consolidare una riflessione teologica che alla fine è quella che determina un vero dialogo.

Con Benedetto XVI si stanno approfondendo gli elementi teologici che sicuramente non avranno una ripercussione mediatica così notevole come i gesti, ma consentiranno di stabilire chiaramente i principi di una teologia delle religioni (e quindi di un dialogo interreligioso) che evitino sia un esclusivismo ad oltranza, sia un relativismo di fondo.

L’inclusivismo che caratterizza la teologia cattolica delle religioni (che sostiene l’unicità e l’universalità della salvezza in Gesù Cristo, riconoscendo nelle religioni un valore imperfetto) troverà sicuramente nel pontificato di Benedetto XVI uno sviluppo perspicace e solido.